TEATRO DEL LEMMING – EDIPO tragedia dei sensi per uno spettatore
Massimo Munaro ed il Lemming hanno ideato e costruito l’EDIPO in forma di vera e propria peripezia di conoscenza e, quindi di interpretazione. In sostanza hanno tentato, con successo, di incorporare all’interno del meccanismo drammaturgico la struttura stessa dell’enigma, facendo così della drammaturgia la sua (dell’enigma) rappresentazione.
Una tale ipotesi è per di più confortata proprio dal ribaltamento dei ruoli tra attore e drammaturgo, qui i presentatori del mistero, e spettatore chiamato, indotto e guidato alla interpretazione dell’enigma incorporato nella narrazione.
In questo senso lo spettatore è il committente del lavoro drammaturgico, in quanto portavoce di istanze collettive, ma è contemporaneamente anche colui che attraverso il teatro, cioè il luogo in cui è rappresentata (esposta) e transita la narrazione/enigma, è chiamato a farsi portatore di risposte, elaborazioni e dunque di interpretazioni.
Così le istanze rivolte dalla comunità, dalla collettività, al teatro, fondamento della drammaturgia occidentale sin dalla sua alba in Grecia, possono ancora essere portate direttamente dentro la drammaturgia dal singolo spettatore o da sue micro-comunità e attraverso questo e queste elaborate ed interpretate.
Il teatro, per il Lemming, va inteso dunque non solo come espressione di una collettività ma anche come luogo che elabora e modifica la percezione che ha di sé stessa questa comunità, ne interpreta enigmi fondativi e per questo può condizionarla, modificarla ed indirizzarla. Maria Dolores Pesce – dramma.it
Per il Teatro del Lemming Edipo – tragedia dei sensi per uno spettatore è la prima parte del ciclo denominato Tetralogia dello spettatore. Il lavoro prevede un coinvolgimento diretto, drammaturgico e sensoriale di uno spettatore a replica.
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Katowice – POLAND, 21 june 2026
It was beatiful experience. Thank you that I can open my soul, my emotion, my memory.
LOVE
M.
Il nostro presente è dominato dalla vista. Tutto è apparenza. Siamo continuamente esposti alle immagini e finiamo per dimenticare gli altri sensi.
La privazione della vista ha resto tutto più amplificato. Suoni, parole, tocchi.
Come se il mio corpo fosse diventato un unico grande organo. la bendatura sembra togliere potere. In apparenza è una perdita di controllo. Eppure su di me è accaduto il contrario. Il mio corpo era diventato più ricettivo. In questa esposizione è emersa una forma diversa di potere: non il potere del controllo razionale, ma quello dell’istinto. Dell’ascolto profondo. Ci sono momenti che mi sono rimasti impressi con particolare forza. Il momento in cui impugno l’arma e uccido. Quando infilzo. Ho sento una scarica improvvisa di adrenalina, una passione primordiale. Quasi animale.
Poi il momento sul letto. Lì l’amore sembrava attraversarmi completamente, ma insieme arrivavano anche rifiuto, inganno, derisione, una vera estasi dei sensi.
L’incontro con la madre. la sua voce che consola, coccola. E’ solo un sogno mi ripete.
Poi quando mi vedo. Non è casuale che proprio allora si riacquisti la vista. Fortissimo. Mi rivelo. Ma chi è davvero la persona che sto guardando? Cosa ho fatto? Sono io?
L’ultima scelta. completamente istintiva. Cose se qualcuno dentro di me avesse deciso prima ancora che io ne diventassi consapevole. E’ il momento in cui si viene messi davanti alla realtà brutale.
E quell’immagine finale che rimane addosso.
L’incesto.
Rivedersi dentro quella scena. Qualcosa che non dimenticherò mai.
In questo periodo sto leggendo James Hillman e il suo libro ” Il codice dell’anima”. Lui parla del daimon, una presenza interiore che accompagna la vita di ognuno di noi e porta con sé un disegno unico. E’ quindi una sotta di Forza che spinge ognuno di noi verso ciò che siamo destinati a diventare.
Ripensando all’esperienza mi sono chiesta se in quei momenti fossi davvero io a scegliere. oppure se fosse proprio il daimon. Esso infatti si manifesta nei momenti in cui la coscienza razionale si indebolisce e affiora qualcosa di più antico, oscuro, ma anche più autentico. Non sempre qualcosa di rassicurante. Il daimon non conduce necessariamente verso ciò che è giusto secondo le regole sociali, ma verso ciò che è vero per la nostra anima.
senza la protezione dello sguardo emerge qualcosa che rimane normalmente nascosto.
per me queste esperienze servono a questo.
conoscermi.
Capire la mia vocazione e allineare la mia vita su di essa.
Capire che tutto fa parte di un disegno del mio destino. Incontrare anche le parti più oscure e contradditorie di me stessa. Capire che il mio destino non si costituisce soltanto con la volontà. Che si rivela attraverso esperienze che ci mettono davanti a ciò che siamo veramente. In quel momento di cecità e apparente abbandono, io so che era il mio daimon a guidarmi. e che allora non sarò mail sola.
Grazie
Cari Lemming,
Edipo è stata una di quelle opere che mi sono ritrovata a leggere fin da piccola, edulcorata ovviamente, ma data la presenza dell’enigma molti liberi per bambini la presentavano.
Probabilmente, anche a causa di questi racconti dove ti presentavano Edipo come un grande eroe, quando mi ritrovai di fronte al testo nella sua interezza ne rimasi profondamente turbata. Eppure, la sua storia mi affascinava e più mi sembrava di scendere in profondità, scegliendo di leggerlo per curiosità, per studio, per passione e più capivo quanto fossimo simili: due esseri umani che volenti o nolenti si trovavano in balia della vita, la quale, inevitabilmente, scorre e non attende.
Per questo, nel trovarmi a vivere Edipo con voi, mi sono sentita in partenza angosciata come se avessi dovuto portare un doppio peso. Per quanto fossi cosciente di essere io, Sara, e consapevole che ogni mia azione avrebbe condotto me / Edipo alla rovina, volevo comunque vivere ogni momento di questo dramma.
Desideravo ardentemente di poter incontrare la sfinge e risolvere l’enigma, come tante volte mi ero immaginata di fare, ma ero totalmente impreparata ad accettare la morte del padre, eppure quel coltello si è alzato con estrema facilità.
Potrei dire di essere stata condotta, manipolata, però alla fine quella mano era la mia.
Per tutto il resto dello spettacolo avrei potuto oppormi, deviare quel destino che già conosco. ciononostante non potevo lasciare quell’eroe vacillante, in grado però di assumersi le colpe dell’umanità interna.
Quando poi mi sono vista davanti allo specchio, quale parte di me stavo davvero guardando? Ho realmente faticato a riconoscermi, mi sono sembrata così invecchiata.
Quel peso di cui ho parlato all’inizio l’ho ritrovato allo specchio, non era pura fantasia, perché i segni di un qualche dolore erano lì davanti a me.
Nel momento in cui sono comparse le due figure: la bianca e la nera, non ho immediatamente percepito i loro movimenti di invito, sentivo il bisogno di dover rimanere ancora con me. credevo che, come ero stata guidata finora, anche lì qualcuno mi avrebbe portato via. sentire che non sarebbe stato così, che la scelta sarebbe totalmente ricaduta su di me, sull0Edipo pronto ad accettare le conseguenze, mi ha caricato di una forte energia. Sapere e non sapere che cosa avrei trovato nel seguire la figura nera non mi ha spaventato. Infatti guardare, infine, l’ulteriore riflesso di me, l’istinto voleva portarmi a ricongiungermi con essa, abbracciarla e perdonarla.
Come un interruttore.
Mille interruttori dai mille colori si accendono, si spengono mischiandosi. Da dove sgorgano le lacrime, da dove si generano i singhiozzi che scuotono il mio corpo? Da dove la paura che crea una bolla di vuoto nel mezzo, i fremiti viscerali di un piacere che come scossa attraversa? Come la colpa che presto diventa agonia? che chi intorno ti amava ora sogghigna col dito puntato.
…voglio urlare e sparire…farmi piccola, lasciatemi stare, zittite quelle voci che come lame trafiggono il mio io, non potete capire, io solo ho attraversato il destino ignaro di ciò che era scritto…
Con gli occhi chiusi mi ascolto. E sono subito mito. Sono il mito che è dentro di me. Accedo, attraverso la privazione della vista, a conoscenze profonde ancestrali, è la porta d’ingresso di un mondo che immenso si svela. Guidata da voci, rumori, odori, sapori, corpi in contatto, sgorgano emozioni terribili e limpide che godo esperire.
Catarsi.
Lasciatemi stare qua connessa con una nuova me che non conosco Il mondo delle idee delle emozioni. Non so se possa aver senso, non ricordo Platone. Una versione come purificata da tutto ciò che io ho cucito loro addosso. Nella loro essenza e semplicità. Così semplici che passo dall’una all’altra, sono tutte vere dentro di me, si susseguono e io le vivo, mi pulsano, (ho brama di loro).
Non voglio aprire gli occhi. Che tutto finisca. 17 rintocchi.E con gli occhi arriva il ricordo. Smetto di vivere, comincio a pensare.
Uscita dal teatro ho sentito che vivere Edipo mi aveva smosso diverse emozioni. Questo scuotimento però non l’ho percepito come estremo, ma come qualcosa potevo sentire profondamente, anche se non comprendere in tutte le sue parti.
In diversi momenti mi sono sentita sia colpevolizzata, cacciata, accusata, emarginata (“Che cosa hai fatto?”), sia accolta, amata e coccolata (abbracci molto forti, presenza di unione e famiglia). Ho percepito la “potenza rivoluzionaria del teatro”, il perturbare e fare male, per poi riuscire a stare bene. Ho trovato molto rincuorante il camminare sempre con le “spalle coperte” e mai sola, accompagnata in questo viaggio della mia vita.
Io personalmente mi sento molto legata al terreno, proprio perché per me è molto confortevole lo stare seduta/distesa per terra. Mi sono resa conto che mi ha colpito molto ciò che sentivo con i piedi: liscio, ruvido, salire, scendere, girare, borotalco, …
Mi ha colpito molto anche il caldo e il freddo entrando nelle diverse stanze… quello che sentivo sul corpo smuoveva delle sensazioni ed emozioni interne.
Ci sono poi molte cose a livello sonoro mi sono rimaste: il suono del colpo fatto con il pugnale, i cori di voci che parlano con forza e potenza (dolci, accattivanti, cattive, gridate), il rumore, il morso di una mela, il leggero tocco del cibo che mi è stato buttato addosso.
Aver vissuto il racconto del bacio del papà della “buonanotte”, sentire il desiderio che tornasse e che restasse vicino a me, l’ho sentito tantissimo. Pensandoci dopo, mi ha ricordato la mia infanzia con i nonni, quando dormivo da loro, e anche quando a scout, mettevo a letto i bambini più piccoli. Poco dopo mi sono sentita coccolata, in un abbraccio ricco di amore, e da parole confortevoli come “è solo un sogno, addormentati”.
Quando mi sono guardata allo specchio non mi sono vergognata di chi ero e di quello che avevo fatto.
Appena uscita del teatro, dopo aver fatto la scelta finale, mi sono un po’ pentita. Sentivo che la figura nera mi attirava di più, anzi le sue mani, le sue movenze, pur non vedendo particolarmente bene il volto, mi sembravano più dolci, genuine, naturali, accoglienti. Nonostante tutto questo ho scelto di andare verso la figura bianca… forse perché mi aspettavo fosse più “corretto”. Mi capita spesso nella vita di scegliere quello che penso gli altri preferiscano, o che sia più giusto, magari rischiando di non ascoltare quello che veramente provo.
Rispetto ad Amore e Psiche, in questa tragedia penso di essere stata più presente, di esserci entrata, di aver vissuto. Anche se, in alcuni momenti, il mio corpo si faceva quasi piccolo di fronte a così tanta potenza, mi sembra di aver attraversato la vita.
Ho cercato di trovare un oggetto, un suono, una situazione, al fine di raccogliere in una metafora ciò che avevo vissuto, e che potesse sintetizzare questa tragedia, ma non ci sono riuscita. Ho trovato molto rincuorante il camminare sempre con le “spalle coperte” e mai sola, accompagnata in questo viaggio della mia vita.
Probabilmente perché è un qualcosa di così grande, intenso, che ti fa provare cose dolorosissime e cose bellissime… come scrivevo poco fa, emozioni molto forti, tra cui: dolore, disgusto, ribrezzo, ma anche perdono e accoglienza. Queste emozioni sono arrivate molto forti e molto velocemente, forse con alcune di queste, infatti, mi sarebbe piaciuto passare più tempo.
Caro Massimo,
normalmente ci metto un pochino di tempo per metabolizzare delle esperienze forti, ma proverò, come da te richiesto, a formalizzare una serie di pensieri che l’ Edipo mi ha suscitato.
Sono uscita dallo spettacolo con una sensazione difficile da contenere all’interno di parole, come se si fosse depositato un peso dentro di me e l’avessi dovuto trascinare per tutta la sera, anche dopo aver staccato, essermi dedicata ad altre cose e via discorrendo. La primissima interazione, una volta entrata, è stata accogliente, non ho avuto il timore di addentrarmi nelle tenebre, ma questo
sentimento è durato poco: l’incontro con l’oracolo è stato “brutale”, la distanza da esso era così poco rassicurante che ho sentito un brivido di paura. Poi la benda. Non avere la vista ha aumentato istantaneamente la percezione degli altri sensi e la paura\allerta è rimasta attiva per agire\reagire ad un eventuale pericolo in agguato. Buio, silenzio, il respiro degli attori, lo scricchiolare delle tavole del
pavimento e subito mi è sembrato di essere parte necessaria di un ingranaggio, che al variare del mio battito cardiaco, tutto il mondo intorno a me potesse trasformarsi e modificarsi per accogliere il mio passaggio. Anche l’aria. Il tempo si è dilatato. Ma appena mi è sembrato di avere “confidenza” con l’ambiente circostante, ecco che ho sentito una lama tagliare la mia mano.
Confesso di essermi controllata più volte la mano nelle ore successive. La percezione di avere uno squarcio nel mio arto era assolutamente realistica e lo è stata anche per l’omicidio. Sentire il coltello affondare è stato fortissimo, con annesso il suono di qualcosa che si stesse lacerando ancora di più. Mi sentivo l’essere più immondo sul pianeta ad aver portato via una vita e mi ha seguito per i successivi step questo shock. Ero una bestia, avevo perso ogni riferimento, ogni morale, non mi sono più fidata del miei sensi. Mi sembrava di toccare esseri alieni, di sentire voci incomprensibili e tutto girava e girava che quasi vomitavo letteralmente. In questo stato di confusione ho ascoltato le suppliche, ma in quel momento avrei voluto che tutto smettesse, non volevo ascoltare, mi sentivo incapace di muovermi e di cambiare lo stato delle cose. Ho provato a resistere e mantenere una distanza, ma con dolcezza inquietante sono caduta nel vortice del peccato. E poi di nuovo quella sensazione di sbigottimento e di colpa. La musica ed il canto con l’abbraccio è stato un momento necessario, una piccola quiete, ovattata nel grembo materno. Lì non poteva accadermi nulla di
brutto. Avrei voluto restare tra quelle braccia per sempre, mi sono sentita “strappata via”, costretta a fare i conti con la realtà, a fare ammenda con le azioni tremende che ho compiuto. Mi sono sentita esposta, come una ferita aperta, vulnerabile, giudicata, punita; i miei pensieri fuggivano di qua e di là per ripararsi, per non farsi vedere e mi è sembrato di correre più che camminare, che fosse un viaggio infinito e che fosse una folla numerosissima ad avere gli occhi puntati su di me, tutti tranne io. Avevo una tremenda voglia di sbendarmi e vedere, sapere io stessa l’immagine che il mondo aveva di me. Eccomi servita. La mia proiezione allo specchio. In tutto il suo decadimento e la sua fragilità. I miei occhi non sostenevano il mio stesso sguardo, impaurito, che cercava un appiglio rassicurante nelle pieghe del viso. La sensazione è stata molto strana. Da una parte felice di essermi riappropriata della vista, dall’altra una visione piuttosto deludente. Allora cos’è che sono? Un mostro o un comune mortale? Cosa si nasconde dietro ai miei occhi che raggiro con quel mezzo sorriso? Se
proprio devo saperlo, tanto vale raschiare il fondo del barile e vedere\conoscere cosa c’è. Ecco perché ho scelto di seguire il nero. A quel punto del viaggio, non mi sarei mai perdonata di scegliere la visione più rassicurante, ma temporanea: è stato impossibile per me ignorare il lato oscuro, ci sono andata con decisione, nonostante sapessi che non sarebbe stato facile. Una volta che sai non puoi più non sapere, credo. Ecco, con questa presa di coscienza ho percorso la via dell’uscita. Letteralmente in balìa delle mille questioni che si sono sollevate sulla mia\nostra esistenza una
volta tolta la benda. Ed è su quelle che sto ancora arrovellandomici in questi giorni. Forse non riesco ancora a parafrasarle in senso compiuto. Quello che posso dire è che io vedo questo spettacolo come una sorta di scintilla, un piccolo big bang, un incipit: il resto lo scriviamo noi, il “vero spettacolo” è quello che viene dopo, il mondo che apre, le riflessioni tra le più brutali e sincere che ne conseguono nel profondo. Io ti ringrazio, Massimo, come tutti gli attori coinvolti, per avermi guidata, condotta con estrema sapienza in questo processo, dove ogni cosa era al suo posto e tutto aveva un senso, anche il minimo respiro o il minimo tocco percepito.
Sento che ci sono moltissime altre cose che vorrei dire, ma probabilmente non saprei come esprimerle (perché neanche a me sono particolarmente chiare), per cui lascio un po’ sedimentare questa esperienza e magari più avanti formulerò un pensiero più maturo.
Detto questo ti lascio un abbraccio e direi anche delle scuse per l’orario un po’ bizzarro a cui riceverai questa lettera.
Felice di essere tornata a lavoro qui al Lemming,
un caro saluto
Il senso di colpa di un destino segnato da altri, ma se non posso scegliere perché non posso almeno viverlo pienamente oppure rassegnarmi ad esso?
Perdere la vista, mi ha tolto quella che è la mia guida principale da una parte, ma anche ciò che più mi trascina fuori dalla mia strada e dal mio sentire. Preclusa l’immagine, si è aperto il mondo del sentire in tutti gli altri modi possibili e del percepire tutto direttamente nel corpo. Subito mi viene consegnato un coltello che sento scorrere sulla mia pelle e che attraversa la mia carne. Con una mano ancora insanguinata, colpisco, quasi assaporando una libertà distante. Il mondo intorno a me cambia e mi trovo di fronte ad un enigma: rispondere o non rispondere? Scelgo la seconda abbandonando in fretta ogni pensiero. Il corpo sa, le parole ingannano.
E mentre il mondo continua a cambiare intorno a me, vengo spogliato da corazze ed armature per affrontare la mia colpa nel luogo più di intimità e vulnerabilità: il mio letto. Qui il mio corpo assorbe il peso che mi è stato consegnato e inizia a vibrare sulla superficie, principalmente sul viso e sulla parte alta del corpo. Una sensazione che riconosco quasi di perdita dei sensi, ma anche di piacere e abbandono. Vengo però confortato e rassicurato nel contatto, una stretta intima di calore in questo buio in cui mi sono perso. Il respiro si calma, non sono solo. L’abbraccio del “non cercare di capire” è rassicurante e la mente si è ormai sciolta nel terreno. Mi sento come cullato in un cielo buio di stelle distanti, ma caldo e vitale.
Percepisco l’avvicinarsi del cambiamento e presto l’illusione si scioglie e mi ritrovo ancora una volta a peregrinare e a dover affrontare i miei demoni. Resisto. Ma a nulla è servito, perché mi viene ridata la vista e vedo la colpa riflessa in un futuro o passato mai stato, ma impossibile da evitare. Vorrei tornare a cullarmi nel non vedere. Ma il destino mi costringe alla responsabilità della scelta. Non scelgo davvero, prima che io possa farlo il mio corpo ha già scelto l’oscurità. “Ne sei sicuro?” esita la mente guardando indietro. Sì.
E a quel punto non posso più scegliere. Tutto segue esattamente la strada che mi era stata tracciata sin dal principio. Sono abbastanza forte per deviare da questi solchi già incisi nel terreno? Si può frantumare il proprio destino e crearne uno nuovo? O forse anche quest’ultimo sarebbe solo un’illusione? Allora forse la scelta è lì, nel modo in cui si guarda. Decidere di star scegliendo o decidere di star scorrendo.
Grazie,
Ciao a voi amici,
che bello e importante è stato fare l’Edipo l’altro giorno! Non so neppure quante volte vi abbia preso parte, non le ho mai contate, ma certamente è lo spettacolo che ho fatto più volte in assoluto. Eppure è sempre diverso, e non so mai subito il perché. Volta per volta comincio a conoscerlo nel momento in cui entro e poi lo percorro. È una sorpresa che comincio a scoprire già dal momento in cui mi avvicino al palco, per come lo sentirò.
E stavolta mi è sembrato che fosse uno spazio gigantesco. Questa impressione d’apertura si è riflessa lungo tutto lo spettacolo.
Ho avuto come la sensazione che tutto fosse più largo, e quindi in qualche modo anche più arioso, meno pressante di come lo conoscevo. Anche se questo non vuol dire meno provante, naturalmente. Mi è sembrato che gli abbracci si prolungassero, che ci fossero momenti di contatto mai vissuti prima in un Edipo, e che le mani si stringessero di più alle mie come a voler sapere ogni singola volta come stavo, e come c’ero. In effetti Edipo non ha una vera colpa e mi è sembrato questo. Una tragedia sul senso di colpa atta verso chi non ha colpa se non il destino. Questo è schiacciante e mi sembra così vivido e attuale, in un tempo in cui la nostra psiche rassomiglia sempre più alla psiche della società, in cui ci viene chiesto di agire in modo unicamente funzionale, in modalità di sopravvivenza, e le psicologie stesse diventano cognitivo-comportamentali per poter renderci sani nei confronti della società ma non del nostro sentire ed essere, e in cui devi conoscere sempre i processi, portarli in luce (a proposito di Levi Strauss), siano inconsci o materiali, e non vivere le verità e le intenzioni.
Quindi Edipo si sovrappone a Sisifo, nel mio immaginario. Mi sono reso conto che l’ho quasi sempre vissuto su questa tonalità, per ciò che deve sostenere. A volte questa immagine, negli spettacoli passati, portava con sé la capacità di resistere, più simile alla giovinezza che alla forza in sé, anche nello scoprire il corpo più resistente di quanto lo conoscessi. E sempre come un percorso trasformativo.
Ma talvolta saper resistere vuol dire essere rigidi, anche quando non sai accorgertene.
Stavolta il mio Sisifo era invece umano, anzi era un uomo.
Quando sono stato accecato sapevo che così doveva essere, che era mio compito accettarlo. E quando ho ucciso mio padre dovevo trovarne l’accettazione e il coraggio per farlo in me stesso, ed erano più vicini di quanto in realtà pensassi.
Quando uccido mio padre uccido una parte di me, è un compito particolarmente difficile da assolvere. E questa scelta, a posteriori, mi rendo conto di averla cercata lungo tutto il percorso. Come reagirò? Cosa mi dirà questo di me?
Eppure quella scelta è stata tale già al mio ingresso, ben prima quindi di uccidere mio padre. Era già vera quando ho visto il padre-Oracolo mentre ancora mi avvicinavo alla mia guida, e mi è sembrato che il mio sguardo verso di lei dicesse proprio questo, e lei mi è sembrata dispiacersi per la mia consapevolezza e per dovermi condurre dal padre, ma conoscendone bene anche l’inevitabilità. Era un rito che sapevamo tutti, da sempre, un percorso necessario per andare fuori da Edipo, da Penteo, da Odisseo, da Paolo e Francesca, da Amleto, e scoprire altrovi non ancora conosciuti.
Quell’inevitabilità l’ho sentita costantemente, come la sua necessità. Cosa succederà in me? È giunto il momento di scoprirlo.
Non ho risposto alla Sfinge. Ricordo che, al mio primo Edipo (anno 2007 penso), il non aver voluto o saputo rispondere mi è pesato molto, per giorni mi tornava alla mente con uno strano imbarazzo. Stavolta invece, anche se in silenzio, la mia risposta c’era, era lì e aveva un corpo. E, nella mia risposta silenziosa, c’era anche una domanda: cos’è l’uomo? Voglio scoprirlo…
Il circolo delle voci mi ha ferito, mi ha ferito l’aria, il fiato, ma allora vuol dire anche che la mia pelle è aperta verso l’esterno, che si lascia ferire ed è in grado di vivere quella sensazione per volgersi verso qualcosa di nuovo.
E, al contempo, ho sentito come se tutti volessero in qualche modo sostenermi. Che mi dessero qualche cosa in più per poter procedere dritto, con le mie forze, nel mio continuare.
Chi ero, giacendo nel letto di mia madre? Ero anche un bambino, certo, che si ritrova all’improvviso ad avere due braccia troppo grandi che quasi neppure riconosce, che si ritrova a conoscere la sensualità quando chiedeva invece innocenza.
Ma ero anche la mia scelta di uomo. Uccidere il padre, uccidere una parte di me che non mi appartiene, tramandata senza che la potessi scegliere come il destino fa con Edipo. Questa scelta la si porta costantemente oppure mai. Io me la sono portata con le braccia come Sisifo. E allora la ninna nanna è sembrata più dolce e più lunga, come una sosta in cui dissetarsi ad un ruscello. E in quella ninna nanna ero un uomo, non cercavo ricordi di pace del mio letto d’infanzia, né dolcezze d’amante o quella voglia di sentire per forza tutto che la pelle fa quando si è ragazzi. Ero lì semplicemente per lasciare che mi si trasmettesse questo. Infondo, uccidendo il padre, ora ho molto più spazio dentro, che succede se lascio entrare un poco di questo?
E così ora posso proseguire. E posso venire vessato. Il mio corpo resiste ma non è rigido. È un corpo che assorbe, pure senza sentirsi indifeso o con la volontà di riempirsi. Forse ha ancora qualcosa da insegnarmi lungo il mio percorso.
E allora il mio Sisifo ha in sé una resistenza vegetale. Ora a me sembra, fra tutte, quella più vitale. Più simile alla vita.
Quando mi viene ridata la vista, la vista su me stesso, vedo solo metà del volto. Ma non ne guardo l’insieme, guardo invece quella che mi sembra davvero un’orbita vuota. Sarà durato una manciata d’istanti, ma ho davvero pensato “Sono Edipo”. Ma non lo sono, e allora ho ritrovato il mio occhio e dentro qualcosa che mi spingeva ad andare.
Quello è stato un momento sospeso, ancora una volta mi è sembrato durare più a lungo, come fosse necessario stavolta per il mio percorso. Il mio sguardo alla figura bianca, alla mia guida, sentivo che le diceva “mi dispiace, ma devo andare avanti”.
Così sono andato alla figura coperta di nero, e per un breve istante ho voluto vedermi fugacemente allo specchio, in modo.
“Fai di me ciò che vuoi, o ciò che devi”.
E poi l’apparizione. Come un ricordo lontano nel tempo che si ravviva all’improvviso. L’incesto. Una profonda tristezza. Mia, nei loro occhi. Ancora, e ancora, questo percorso dura sempre. Sisifo.
Se non ché, l’abbraccio di commiato alla mia guida, così lungo e intenso e di una forza viva, mi ha fatto tornare a credere che si può uscire alla luce.
Grazie per tutto questo, un abbraccio
Sono fuori dal teatro e cammino avanti e indietro, sto per fare il mio primo Edipo e sono agitata
e ansiosa. Il momento arriva. Entro nella stanza buia illuminata solo da una candela: so cosa
devo fare. Lascio tutto su una sedia, mi spoglio dei miei averi, pronta ad entrare in un altro
mondo. Per ultima cosa tolgo i calzini, tocco il pavimento freddo con la pianta del piede e sono
pronta ad entrare.
Vedo una figura bianca davanti a me che mi invita ad entrare nell’oltre, ho timore di farlo. Il
cuore mi batte fortissimo e appena le tocco la mano stringiamo un patto. Sono qui, sono pronta
ad essere condotta, le dico senza aprire bocca, lei mi prende la mano e da quel momento sono
dentro.
Cammino lentamente fino ad arrivare all’oracolo, è bendato ma ho la sensazione che mi stia
comunque vedendo. Mi volto verso la mia guida, so che verrò bendata da un momento all’altro.
Sono pronta? Non lo so, lo accetto. E poi l’oscurità.
Tutto questo è vero o frutto di un sogno? Non faccio in tempo a chiedermelo che la mia mano
viene tagliata da un coltello. Sussulto. La mano mi porge il coltello, sto per piantarlo nel petto
di qualcuno. Un respiro, un altro sussulto quando il coltello penetra nella carne. Il senso di
colpa si allarga, gli avrò fatto male? Sta bene? Non posso controllare, lo accetto.
Le voci si fanno sempre più alte, ho mani che mi toccano ovunque mentre giro su me stessa.
Tocco dei seni freddi, sono un essere umano. Al mattino cammino a quattro zampe, a
mezzogiorno su due e alla sera su tre. Chi sono? L’essere umano. Chi sono? Edipo.
Poi tutto si fa così confuso. Sono stesa su un materasso, accanto a me ci sono i miei genitori,
ma sono i loro alter ego cattivi, vogliono farmi del male. Lo so. Ho paura ma allo stesso tempo
provo piacere nell’essere accarezzata sui seni. Sta per accadere qualcosa di spaventoso, mi
dico. Il motivetto cantato mi ricorda un’infanzia triste che forse non ho vissuto. So che sta per
accadere qualcosa di brutto. Le voci si diradano e il suono della mela morsa mi fa sobbalzare.
Mi volto dall’altra parte, non voglio ascoltarlo. Sta per accadere qualcosa….
Ho morso la mela, ho compiuto un peccato! Non lo sapevo, è un destino inevitabile che sono
condannata a vivere. Non posso scegliere, non sono nulla. I miei gesti sono mossi dalla profezia
dell’oracolo non dalle mie scelte.
Mi sta abbracciando, mi dice che è tutto a posto, che non devo preoccuparmi, mi canta una
ninna nanna, mi dice che è tutto finito, ma io non ci credo. Il respiro si fa ancora più affannato
e provo sentimenti contrastanti. Voglio rimanere nell’abbraccio ma so che sta per accadere
qualcos’altro. Quale sarà il mio prossimo passo falso?
Chi sei davvero quando nessuno ti vede? Con gli occhi di chi, ti guardi allo specchio? Sei sicura
che siano i tuoi? I miei occhi… i miei occhi… dove sono i miei occhi? Quegli occhi con cui mi
guardo tutti i giorni allo specchio, sono gli occhi della società. Vogliono che io mi veda giovane,
magra, ordinata. Apro gli occhi: la figura davanti a me è una vecchia grassa… maledizione! Ho
un labbro gonfio e le gambe grosse… non mi piace quell’immagine lì. Mi volto, non voglio
guardarla. Bendatemi di nuovo per favore!
Una figura nera si fa avanti a passi lenti, mi riconosco in lei. È forse lei che mi stava guardando
nello specchio? Ormai non ho più niente da perdere, la seguo rassegnata. So che il sogno sta
per finire, so che non manca molto prima di svegliarsi.
Alla fine, rivedo di nuovo la mia guida, sono così felice di riabbracciarla! Mi guarda e sento che
mi sta dicendo che ce l’ho fatta, che è tutto finito, era solo un brutto sogno… la abbraccio forte,
le sorrido e le bacio la testa per ringraziarla.
Mi sveglio.
Sabato ho partecipato allo spettacolo di Edipo.
Mi sono buttata senza informami prima.
Per me è stata come una seduta di psicoterapia, mi ha tirato fuori le budella: i sensi di colpa faro della mia vita, la paura del giudizio, dell’aggressività un miscuglio di emozioni che sto ancora cercando di elaborare.
Grazie, sicuramente esperienza intesa, da fare a piccole gocce, io sono stata travolta dalle emozioni
Buona giornata
03/08/2025 – Edipo – Lemming – Chiusi
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Scatti convulsi pervadono il corpo
abiti usati del peso passato
presente sfasciato
maestria danzante.
L’abito spugna
la fede vacilla
la miccia si accende
frigge il corpo
frigge il pensiero
si ammazza
si ammazza ancora
sempre
ancora e ancora.
Vivi se vuoi
vivi se puoi
col peso del venire
col dubbio di sbagliare
il pregio di provare.
Mamma. Ho ucciso papà.
Mamma. Resta con me.
Ancora un po’.
Sempre.
Ancora e ancora.
CHIUSI (festival Orizzonti)
Io mi sono molto emozionata nel prendere parte allo spettacolo , è stato intenso oltre ogni dire, sono rimasta non verbale per due ore e ora tutto ok….parlo! Ma non ho le parole per dire e forse non le troverò e va bene pure non trovarle.
Sicuramente c’è una vita prima e una vita dopo lo spettacolo del Teatro del Lemming.
Era un sogno che avevo da tanto, sono orgogliosa di aver partecipato. Voi tutti siete stati sublimi, audaci ma gentili. Ho letto la lettera che mi è stata consegnata alla fine e ho scoperto che siete molti molto di meno di quello che pensavo. E’ oltre l’avanguardia. Io vi adoro
cosa mi resta di Edipo?
Personalmente, un’esperienza al buio alternativa.
Io ho dedicato diversi anni della mia formazione universitaria allo studio delle disabilità sensoriali,
cecità e sordocecità in particolare, che poi ho portato nel volontariato e anche nella vita di tutti i
giorni, tuttora conosco diverse persone cieche e sordocieche.
Va da sé che mi è capitato di fare diverse esperienze da bendato e improntate sui sensi restanti,
esperienze che vengono fatte fare in primis per rendere consapevole chi non è cieco di come
vengono affrontate diverse situazioni del quotidiano dalle persone con disabilità sensoriali.
Una per tutte, che è anche la più conosciuta quindi penso ne abbiate senz’altro sentito parlare, è la
classica cena al buio. Si tratta appunto di una cena, a cui si partecipa però completamente bendati
sin da prima di entrare in sala.
Queste esperienze al buio le ho sempre trovate stimolanti e direi anche divertenti da provare, tanto
che tutt’oggi che frequento un corso di teatro e talvolta capita di fare esercizi da bendati, sono
sempre tra i miei preferiti.
Pro e contro di tutto ciò rispetto ad Edipo: il pro è che in questo spettacolo vissuto per buona parte
in condizione di cecità io mi sentivo totalmente “a casa mia”, felice di abbandonarmi agli stimoli
sensoriali che ricevevo e alla condizione di passività nel farmi condurre in questa che per me è stata
una vera e propria esperienza di “teatro al buio”.
Il contro è che vivendo l’esperienza in questo modo l’ho un po’ snaturata e anche nel suo complesso
non ho sentito quasi mai entrare l’angoscia di Edipo. Ho certamente empatizzato in alcuni momenti,
ma non mi sono sentito io stesso Edipo. Piuttosto, uno spettatore coinvolto in una forma di teatro
alternativa. Chissà, magari sono io che non ho lasciato entrare, ma in tutta onestà non è stato uno
sforzo, un rifiuto. Io per tutto il tempo mi sono sentito fondamentalmente sereno, protetto e curioso
di essere sottoposto a tutto quello che mi arrivava.
In un certo senso tutto ciò forse c’entra con quanto scrivete voi stessi nella lettera: Sereno colui che
sappia almeno riconoscersi cieco.
Partendo io da una condizione di agio nel fare un’esperienza da cieco, l’ho vissuta serenamente.
Uscito dal teatro e per il tempo del viaggio verso casa mi sono reso conto che il mio corpo aveva
assorbito qualcosa, sentivo una certa tremarella, una certa energia, ero carico di qualcosa. Tuttavia,
ancora, non direi che si trattava di specificatamente di angoscia edipica, quanto piuttosto di una
sazietà sensoriale. Questo spettacolo, come gli altri, è innegabilmente un bombardamento di stimolisensoriali e della vostra energia attoriale. E questo il corpo l’ha bello che assorbito.
So bene che sto limitando l’intero Edipo alla sola parte bendata, che per quanto sia quella centrale e
costituisca la quasi totalità dello spettacolo, non è l’unica, però io personalmente Edipo me lo porto
dentro così.
Ci tenevo a concludere questa parte con una mia suggestione personale: avete mai pensato come
tutto ciò renda questo spettacolo a tutti gli effetti una forma di teatro inclusiva per chi ha una
disabilità visiva per quasi tutta la sua totalità? Snatura il significato della privazione visiva in questa
storia, lo so, eppure secondo me vale la pena farci caso.
“Edipo, Una Tragedia deiSensi,” mi ha fatto vivere un’esperienza impressionante. Mai come in quel momento ho compreso la potenza del teatro, il quale può coinvolgere a tal punto da far provare nella pelle dello spettatore sensazioni ed emozioni reali e concrete, cose che non avrei mai immaginato di provare. In quel momento ero IO Edipo, ero io il colpevole. Ho provato paura, vergogna, sentivo che avevo commesso qualcosa di inaccettabile, di sporco. Ho perso la cognizione del tempo, il cuore mi batteva mille, ero cieca e non sapevo cosa mi stava aspettando. I momenti dove ho
provato maggiore tensione era quando mi trovavo fisicamente sola, perché anche dentro di me mi sentivo sola. Per quasi tutta la durata dello spettacolo ho sentito la presenza di qualcuno sul
mio corpo che mi teneva la mano, che mi abbracciava e che camminava con me, questo mi dava grandissima sicurezza, mi faceva sentire protetta. Quando invece ero sola, mi sentivo persa,
impaurita; come durante la prima fustigazione, nella quale ero distesa, inerme e sentivo l’odio di tutti, e ancora quando dopo un abbraccio mi sono ritrovata accerchiata da persone che
ridevano di me e, infine, quando mi sono ritrovata sola con me stessa… tutto era buio, solo io e il mio riflesso davanti a me.
Susanna
Buon pomeriggio sono Monica e voglio inviarvi le mie impressioni dopo aver visto Edipo.
Appena entrata quando ho incontrato Massimo che conoscevo già al tempo in cui io lavoravo al bar teatro (1995/96)ed è stato bello incontrare un viso amico.
Quando mi ha chiesto di lasciare le mie scarpe e i miei vestiti e che chiaramente avrei dovuto percorrere quel tratto di teatro da sola, ho sentito subito un brivido lungo la schiena come se sapessi che sarei entrata in qualcosa di molto più profondo che non era una semplice visione teatrale.
Quando sono stata bendata seppur consapevole Ho lasciato che ogni mio centimetro di pelle potesse vedere, potesse sentire, ciò che non vedevo, e non sentivo.
Mi sono spaventata quando Fiorella, l’oracolo ha iniziato a parlarmi tenendomi stretta la testa non capivo se stava parlando perché recitava o era qualcosa che era rivolto a me e ad un certo punto mi sono lasciata trasportare dal profumo della sua pelle che mi ha condotto piano piano a portarmi dietro questo profumo che mi ha accompagnato per tutta la tragedia. Mi sono lasciata guidare con fiducia, e quando mi viene dato un coltello e viene affondato in qualcosa che non so cosa sia bene, inizio a sentire le mani che trasudano un sudore freddo, mi spavento tantissimo, e urlo di vergogna perché non pensavo di poter fare un gesto del genere, ne percepisco il dolore.
Quando poi sono stata accompagnata di nuovo dove tutto girava girava e venivo spostata mi sembrava veramente di entrare in un posto che non sapevo se ne sarei uscita viva.
Tutto in una frazione di secondi ho capito che la situazione stava diventando molto più quieta, il profumo del borotalco che mi ha ricordato tempi andati, ma allo stesso tempo, avevo freddo e un misto di paura, probabilmente preparatoria per una qualcosa di molto più tragico.
E’ stato lì che ho sentito nell’ adagiarmi, un coro! Mi chiedeva cosa ho fatto, questo vortice di respiri che parevano quei sottofondi dei film horror ( che non guardo mai)
Era come se mi stesse entrando dentro nel corpo, un malefico , qualcosa di sottile che non aveva forma. Solo quando sono stata avvolta dagli abbracci, quando ho mangiato la mela mi sono detta : “ma allora tu ti fidi? di tutto quello che ti capita e lo prendi senza nessuna regola nessuna premura” ho sentito il profumo delle donne che mi abbracciavano soprattutto di una che mi cantava nell’orecchio e che mi diceva che non dovevo chiedere risposte alla ragione che non dovevo ragionare. Ho provato un grande piacere quando sono stata accarezzata, quando ho accarezzato i corpi che, non conoscevo ma ne sentivo il calore, l’ intensità, una sorta di avrei voluto, e avrei potuto anche baciare e farmi baciare, e non sapevo da dove arrivasse! boh !!ho provato delle emozioni molto forti che si sono risvegliate dentro di me come se fosse qualcosa di lontano, sopito, sepolto, antico.
Ho dimenticato che oltre a un corpo, ho anche dei desideri che probabilmente li nascondo, è si li nascondo bene.
Poi, il risveglio da questa estasi quando sono stata portata verso la rivelazione e dovevo guardare sono rimasta perplessa , quasi incredula perché mi sono vista, ho visto me stessa in quello specchio, mi sono riconosciuta come persona e che nonostante tutto era sopravvissuta. Quando mi è stato chiesto di scegliere se andare verso la parte nera o la parte bianca, ho scelto la parte nera quella più oscura perché probabilmente non sono ancora conscia delle sfumature che tendo a nascondere ogni giorno, e quando ho visto la rivelazione, queste due persone che si toccavano e si baciavano è stato veramente qualcosa di grande perché io volevo vedere, sono tornata indietro nonostante mi avessero cacciato ma io volevo vedere!!!
allora mi sono chiesta cos’è che voglio vedere? E da questo momento in poi ho deciso di partecipare alle serate del laboratorio del vostro teatro che trovo sia veramente di una profondità unica e il filo conduttore è il vedere, guardare, guardare con occhi che non usiamo mai ,guardare oltre quello che è il nostro giudizio che dico sempre di non usare ma che invece utilizzo soprattutto nei miei confronti mi giudico e non mi reputo mai abbastanza. Colgo l’occasione e vi ringrazio di cuore per aver tirato fuori in questa mezz’ora tutto quella abisso che spesso mi infilo dentro mi perdo ma non guardo con gli occhi dell’anima Grazie
–
Monica
I have this sense of initiation from the Oedipus play as well. I hold two moments:
1. the one where I killed without seeing, knowing, wanting, being sure, being able to. As if
something outside of me had decided and executed it.
and
2.the one where after a whole journey full of non-choices, non-control, ignorance, feelings,
encounters and enjoyments when I opened my eyes there was only a mirror and it was
looking at me, but I didn’t know if I recognized myself.
Tereza
Lettera di restituzione, Edipo. Tragedia dei sensi per uno spettatore (2024)
Ho esitato davanti alla Sfinge. Sicuramente non ho il lignaggio, la caratura, il coraggio di un discendente – sia pure dannato – di Cadmo e Armonia. Eppure, l’enigma lo conoscevo. Ricordo che mio padre me lo pose per la prima volta da piccolo, durante uno di quei lunghi pomeriggi passati intorno al tavolo da pranzo di mia nonna. Avevo in bocca il sapore acidulo dell’Acqua della Madonna e dal Romeo Menti saliva odore di erba bagnata. Mio padre giocava spesso con me ponendomi degli indovinelli e alle volte passavo ore a risolverli. Quando mi sottopose l’enigma della Sfinge non so se ne conoscesse l’origine…
Intorno al tavolo da pranzo di quella accogliente casa operaia sentivo lui e i miei zii discutere di politica e di attualità ed iniziavo a covare il desiderio di essere riconosciuto come pari, di poter partecipare al discorso, di comprenderne il ritmo e le regole. Volevo stare seduto su una sedia intorno al tavolo, spaccare noci con le mani, bere vino con le pesche e caffè. Parlare anche io della Cina e della globalizzazione, dell’euro appena arrivato, delle guerre… Mio papà mi sembrava il padrone del linguaggio e del presente, il custode della realtà e del suo senso. Se penso a quanto eravamo piccoli tutti quanti intorno a quel tavolo… Presi dentro una serie di processi infinitamente più grandi di noi e della nostra comprensione. Navigavamo la piena esplosione del mercato globale, la guerra al terrorismo su scala planetaria, il piano inclinato che avrebbe condotto alla crisi finanziaria del 2008 e al definitivo smantellamento del welfare, in una piccola sala da pranzo piena di fumo di sigaretta al Rione San Marco di Castellammare di Stabia. Imparavo a parlare, desideravo parlare. «Dal momento che l’essere umano è parlante, tutto è fottuto» scrive Lacan nel seminario XVII, Il rovescio della psicanalisi.
Quando la Sfinge mi ha interpellato forse ho cercato di evitare la gloria, sperando che evitare la vittoria sul mostro avrebbe potuto deviare la via tracciata dal destino. O forse sono rimasto in silenzio perché ristupidito dalla benda, da un’incomprensibile paura di sbagliare, dall’attesa per ciò che sarebbe poi accaduto, dalla voce spettrale del mostro, dallo schioccare della sua lingua fredda in prossimità delle mie mani. Probabilmente entrambe le cose. Ma la prima è più interessante. Ho cercato di aggrapparmi all’innocenza di chi non prende parola rimanendo passivo, in-determinato, inesistente e perciò illusoriamente totipotente. Ho trattenuto la parola, sperando questo mi permettesse di schermarmi, di non essere esposto al rovesciamento, alla catastrofe cui va incontro Edipo.
Infanzia viene dal latino infans, letteralmente “senza capacità di parlare”, “senza parola”, che rimanda all’afasica esperienza pre-discorsiva durante la quale siamo integralmente consegnati alle cure materne. Ho tentato dunque di infantilizzarmi, subito dopo aver piantato una lama nel corpo di Laio. Volevo riguadagnare la mia innocenza, forse nascondere a me stesso la voglia scandalosa di passare al secondo peccato di Edipo, forse nascondere a Giocasta la brama che mi spingeva tra le sue braccia. Il senso di colpa per l’uccisione del padre mi ha condotto a voler interdire il mio desiderio incestuoso, ha attivato un tabù. In ogni caso ho provato vergogna, sono rimasto in silenzio. Non ho detto ciò che andava detto: “l’uomo”.
Per Lacan l’accesso al Simbolico, al linguaggio e alle relazioni sociali, è mediato dalla castrazione. Parlare vuol dire accettare la mancanza, accedere al desiderio e al riconoscimento, perdendo il godimento originario legato al materno. Il tabù dell’incesto è alla base dell’apertura del singolo alla società e parlare vuol dire muoversi entro lo spazio dischiuso dalla castrazione. Impedendo la fusione del figlio con la madre, il padre incide nel figlio una mancanza che è condizione di possibilità del suo desiderio, del suo dirigersi verso altro, oltre il rapporto speculare e narcisistico dell’Immaginario, in cui rimarrebbe intrappolato altrimenti, nell’illusione di poter ritrovare la sua unità allucinando una fusione con il materno…
Dopo aver giaciuto con Giocasta mi sono trovato infatti davanti alla mia immagine in uno specchio e, tra le due figure che mi chiamavano a sé, ho optato per la figura rassicurante vestita di bianco, perché stremato dalla dinamica emotiva appena attraversata, fisicamente e mentalmente stanco, desideroso di pace. Scegliere è stato comunque doloroso, data l’illusione di ricomposizione offerta dallo specchio. Un momento di calma e silenzio, l’unità della mia immagine e poi nuovamente la necessità di esistere, spezzarsi, perdere qualcosa in favore di qualcos’altro, non essere tutto, determinarsi. Credo però che il mio scegliere la figura bianca sia stato simile al silenzio davanti alla sfinge: un tentativo, votato al fallimento, di scegliere di non-scegliere, trattenendomi tra le braccia di una figura femminile dispensatrice di cure. Mi sono nuovamente aggrappato ad Antigone, figlia e sorella, e quasi non volevo uscire dal teatro. Che mi venisse indicata l’uscita mi ha fatto sentire come in Penteo e Dioniso: giustamente punito, cacciato dal luogo che mi aveva promesso un godimento osceno, ripiombato nel grigiore del quotidiano. Ho esitato nuovamente: “e se rimanessi qui?”, Antigone non pareva essere d’accordo, continuava ad indicare l’uscita…
Durante l’amplesso ho provato vergogna, eccitazione, brama, desiderio di annientarmi e diventare un piccolo oggetto di cura. L’evocazione della dimensione infantile dell’attaccamento attraverso il canto portava a sentire un amore intimo e candido, quello del bambino verso la madre. D’altro lato la scena incestuosa, la presenza di altri corpi di donna, la seduzione, evocavano un tipo d’attrazione ben più torbida. Queste due dimensioni mi hanno portato ad un forte conflitto interiore, quell’ambivalenza che si può riassumere nella frase: “sii come il padre, non essere come il padre”, parafrasando Freud. Poi le risate degli altri, la paura del loro giudizio e un desiderio sessuale ingombrante, impossibile da nascondere e imbarazzante da mostrare… mi sono sentito come un ragazzino in pubertà. Sentire l’odore del borotalco mi ha ricordato quando i miei mi lavavano e, calato in questo contesto, ha suscitato emozioni contrastanti: mi ha ricordato la foga che avevo da ragazzino di lasciarmi l’infanzia alle spalle ed essere riconosciuto come adulto e l’angoscia che mi ha portato più volte a ripiegarmi malinconicamente sull’infanzia mentre davvero mi avvicinavo all’età adulta.
Per concludere vorrei sottolineare la forza della scena in cui Tiresia porge la benda, ho trovato esprimesse molto bene l’inversione paradossale presente nel mito: l’indovino cieco è colui che vede mentre colui che pretende di vedere è cieco.
PASQUALE A.
“chi sono io? come ho potuto vivere tutto questo?”. un po’ come Edipo mi sono sentita cieca nei confronti di queste domande che altro non hanno fatto che risuonarmi nella mente durante tutto lo spettacolo, nel turbinio di emozioni e di mie azioni che però venivano manovrate da altri.
Sono Giulia e frequento da parecchi anni il Teatro del Lemming, per la sensibilità che ho è una tipologia di teatro che mi vede coinvolta di emozioni forti sia durante lo spettacolo che nei momenti successivi, dove lo scorrere delle lacrime sul mio viso fatica a fermarsi ed è tornata alla realtà che inizia per me, un lavoro di elaborazione di quanto successo. Edipo NON è un mito rilegato al passato, al contrario io credo che possa veramente parlare alla vita di ciascuno di noi in modo attuale. Questo contrasto tra l’aver compiuto un gesto atroce e la vicinanza di una figura materna che, proprio come quando si è bambini, con carezze e rassicurazioni ti bisbiglia all’orecchio che è solo un sogno. Personalmente ho vissuto molto la dimensione del senso di colpa, di un torto senza ritorno nei confronti della madre o di sbagli che riguardavano altre situazioni, in cui magari non vi era una persona come Antigone pronta ad abbracciarmi, a trasmettermi quel calore che contrasta con la freddezza delle scelte sbagliate.
Grata di poter vivere queste esperienze che hanno la capacità di portare sempre alla mia anima, nutrimento e occhi diversi con cui poter guardare il mondo, anche quello che porto dentro.
A presto!
Non so se quello che sto per scrivere rende anche solo in parte ciò
che ho provato, vissuto, e pensato dopo questo spettacolo, ma vi
assicuro che ogni cosa che scrivo è vera, sincera, e piena di
gratitudine verso tutti voi, per i quali nutro sempre più una grande
stima e un affetto caro.
Non posso dire che Edipo sia lo spettacolo più bello che io abbia
visto, o a cui io abbia assistito, perchè vedere e assistere non sono
sicuramente i verbi adeguati.
Io questo spettacolo l’ho fatto, insieme a voi, grazie a voi. Questo
spettacolo parlava di me. E sicuramente, nella sua universalità,
parlava di tutti gli uomini e le donne, ma in particolare io l’ho
sentito vero per me, attuato nella mia vita.
Nel piccolo della mia esperienza e del mio rapporto con il teatro, e
soprattutto dopo avervi incontrato, Edipo, il vostro Edipo, è lo
spettacolo più bello, più intenso, e più vero che io porterò nel
cuore.
(…) Sono entrato lasciando fuori ogni preoccupazione quotidiana,
pronto a vivere Edipo, in ogni cosa, in ogni paura.
Volevo lasciarmi portare, lasciarmi travolgere e farmi scoprire, non
più come quando sono stato Penteo, venuto a sbirciare il vostro
lavoro.
E voi mi avete scoperto, mi avete portato in luce oltre quello che io
pensavo di poter fare.
Non avevo mai pianto a teatro, ma sopratutto non avevo mai urlato.
Avete portato alla luce (oltre i miei occhi bendati, la mia solita
compostezza e serenità) i miei sensi di colpa, la mia paura di esser
giudicato, il timore perenne di sbagliare.
“Che hai fatto Edipo” risuona ancora martellante nella testa e mi
mette davanti a questo tempo di solitudine interiore che vivo davanti
alle scelte. E come Edipo, che solo da cieco comprende di non aver mai
visto realmente, io mi sono sentito nudo e cieco davanti al futuro.
Come credo ogni uomo, in questi momenti di incertezza vorrei chiedere
a mio padre o mia madre cosa fare. Ma la loro lontananza e le loro
difficoltà mi hanno spinto, in questi dieci anni che vivo da solo, a
sforzarmi di essere indipendente e maturo in ogni decisione, senza
accorgermi della superbia e della presunzione che avevo sulla vita.
Mai come in questi mesi, sento invece la stanchezza di camminare senza
questa guida, e mi sono sentito come Edipo, cieco davanti alla storia.
L’abbraccio sotto la musica, è stato l’abbraccio di mia madre e di mio
padre. Vi ho amato come amo loro, come a chiedervi un aiuto. E quando
mi sono alzato, convinto che mi aveste perdonato e che vi sareste
presi cura di me, arriva quella risata.
Che bella quella risata, un capolavoro! Stupenda. Mi si è gelato il
cuore, mi sono sentito solo di nuovo, ma con un realismo che sento
ancora adesso. Dopo aver urlato e pianto, sono stato deriso. Grazie
per avermi bendato! È stata una sensazione viva, vera come il teatro.
Per finire, il camminare sotto le fruste. Le ho prese tutte quelle
frustate; le volevo prendere, volevo sentirmi colpevole come ha fatto
Edipo, come se questo potesse espiare gli errori che ho fatto, e tutte
le volte in cui avrei potuto agire diversamente. È stato bello
sentirsi accompagnato, mi sono sentito come sostenuto da Antigone,
cioè da tutte quelle persone che mi vogliono bene nonostante i miei
difetti.
Grazie per tutto questo e per il resto che non so esprimere a parole.
Fate del bene a questo mondo e alle persone, e siete speciali.
Un caro abbraccio,
Giovanni
Che esperienza. Aspettavo da anni questo momento. Grazie. Siete stati tutti stupendi
Monica
Un saluto a voi!
Premetto, ho aperto poco fa la lettera consegnatami ma non l’ho letta, solo osservata, In sostanza, questo commento che vi farò non è influenzato da quanto è scritto nella lettera stessa.
Che dire, un’immersione profondissima anche stavolta, nonostante abbia già vissuto quest’esperienza tra la fine dell’anno scorso e quest’anno.
In sostanza, non è stata per nulla una replica ma un modo per riavvicinarmi a questo personaggio, davvero amletico, ricco di contraddizioni, concentrandomi soprattutto sulle sensazioni che sulle parole pronunciate dagli attori coinvolti.
Contraddizioni, come dicevo, che vedo fortissime in quest’opera, dagli abbracci alle derisioni. La coralità, il tutto all’oscuro, senza vedere nulla ma non è necessario vedere ma percepire, anche negli odori, i profumi, gli aromi e ovviamente il tatto, importantissimo in questo spettacolo sensoriale.
Gli aromi – la mela, il tatto – il toccare qualcosa che è carne, è viva, è pulsante davanti a te e non vedere nulla, ripeto, non è necessario vedere o approfondire.
La sensazione più forte? senza dubbio il toccare il coltello ed essere costretti all’uccisione di qualcosa – anche qui il toccare con mano la morte di qualcosa senza nemmeno vederla.
Non da ultimo, lo specchio, un altro momento davvero forte..lo spettatore si sente frastornato da tutto ciò, ha bisogno di una pausa e la trova davanti a se stesso, conteso tra due figure, quasi un boia (senza falce in mano) e una ragazza, quasi avvenente nelle tentazioni avute precedentemente ma ti respinge, portandoti in altri mondi.
Il saluto finale? E’ vero addio? la storia continua nelle nostre contraddizioni quotidiane.
Valentino G.
Buonasera,
Mi chiamo Francesca e scrivo per raccontarvi la mia esperienza del vostro spettacolo, a cui ho assistito qualche giorno fa. Premetto che avevo già visto “Amore e Psiche” l’anno scorso, e che il mio ragazzo ha lavorato per un periodo insieme a voi, quindi avevo già una sorta di idea o aspettativa.
Altra premessa: sono una persona che non ricerca emozioni troppo forti in questo ambito, anzi, tendo a opporre non poca resistenza di fronte a un coinvolgimento che per me è eccessivo, quindi avevo una sorta di ansia prima di venire.
Ero estremamente spaventata all’idea di essere bendata, anche perchè io sono fortemente miope e da sempre il concetto di cecità mi trasmette una paura molto profonda e un senso di spaesamento che provo fin troppo spesso.
Tuttavia ero molto curiosa (un po’ anche spinta dal mio ragazzo che ama i vostri spettacoli e li vive sempre molto intensamente), e ho deciso preventivamente di provare a fidarmi senza troppe resistenze, e il risultato è stato molto contrastante nei vari momenti dello spettacolo.
Mi sono sentita minacciata e in pericolo all’inizio, soprattutto nel momento del vortice dei respiri, tanto da farmi sentire profondamente colpevole e meritevole di accusa e ostilità. Questo nelle scene successive mi ha portato a un sollievo enorme nel momento in cui mi sono sentita dire che era tutto un sogno, un sollievo tanto grande e importante da portarmi a provare vicinanza intima con la persona che mi stava abbracciando e proteggendo.
Il resto nella mia mente è stato estremamente confuso e poco lucido, tentavo di farmi guidare senza porre le mie barriere mentali, ma forse in un modo troppo passivo, ero talmente spaesata da non riuscire a cogliere il reale significato di quello che stava succedendo, ho dovuto riflettere molto dopo leggendo il programma e confrontarmi con le persone che hanno assistito insieme a me.
A distanza di qualche giorno mi sento addosso ancora molte sensazioni, la musica e gli odori, il contatto fisico e forse anche la paura, il terrore di un improvviso cambio di scena da cui potrei sentirmi minacciata, ma senza malessere, solo una sorta di curiosità mista a paura, appunto.
Vi ringrazio perchè questa esperienza è stata per me una prova importante sui miei limiti e sul mio senso di fiducia, sulle sensazioni che riesco a provare a livello quasi inconscio e quelle che invece elaboro più facilmente e velocemente.
Penso che dietro questi spettacoli ci sia una profondissima sensibilità artistica legata alle emozioni e alle impressioni che non potrebbe lasciare indifferente nessuno.
Complimenti, e spero di tornare presto per un altro spettacolo.
Buon lavoro!
Francesca N.
é stato super intenso, ancora rivivo alcuni momenti che echeggiano dentro di me. Siete stati incredibili! Lo spettacolo é stato bellissimo, stravolgente, inquietante, rilassante, di tensione, da capogiro, umiliante e di coraggio tutto condensato in 30 Min. Davvero eccellente! Ringrazio tutti per le emozioni che mi avete fatto vivere
Grazie per questa esperienza unica! Al termine del percorso, ho sentito il desiderio di rientrare nuovamente. Mi prenderò il tempo per assimilare e sono sicuro che tornerò quando sarà il momento giusto.
Rimango con una curiosità drammaturgica: cosa succederebbe se lo spettatore fosse cieco?
Questo mi porta a chiedermi quale risorsa utilizzi il regista dello spettacolo per concludere il percorso, affinché lo spettatore possa vivere pienamente l’esperienza.
Ringrazio ancora, non solo per il lavoro presentato, ma anche per questa scelta di portare il teatro al pubblico.
A presto!
Nicolas
Impreparata alla mitologia greca ma affascinata dal suo forte richiamo, ho deciso comunque di vivere l’esperienza. Temevo il giudizio ma mi sono sentita accolta e protetta nonostante gli agguati, nonostante i miei limiti.
La mia storia sembrava il copione a cui io stessa mi stavo ribellando,così incredula che una mano sconosciuta mi guidasse esattamente attraverso le mie impronte.
Il non vedere ha esaltato un ascolto partecipato.
Sentivo il soffio vitale di persone e oggetti, voci ipnotiche sussurrate o aggressive; non aveva importanza, sembrava tutto così perfettamente necessario.
Ad ogni passo scalza nel legno, il pavimento suonava come tasti di pianoforte; mi aggrappavo alla vibrazione, mi aggrappavo alla melodia. In quel canto il mio mantra, in quei corpi i ricci di mio padre che arrotolavo per addormentarmi.
Ero nel caos, sconnessa da spazio e tempo ma stavo con me, mi stavo incontrando.
La mia immagine riflessa nello specchio mi parlava di verità, il fuoco di trasformazione e non sarei più voluta uscire anche se invitata a scegliere.
Il mondo del (reale?) mi è sembrato improvvisamente ridimensionato rispetto alle stanze immense che avevo potuto esplorare.
Credo che il potere del rituale abbia donato sacralità all’intero processo.
Grazie per la professionalità, l’insegnamento e la possibilità di scambio.
Ho provato a condividere ciò che più mi risuona.
Onorata, Valeria
Ho appena preso parte come spettatore allo spettacolo EDIPO – tragedia dei sensi per uno spettatore….. un’emozione mai provata, un coinvolgimento a 360° dello spettatore con artisti davvero entusiasmanti!
Da provare sicuramente le loro prossime rassegne in cui gli spettatori verranno comunque coinvolti durante le rappresentazioni
Paolo R.
Un’esperienza forte e mai provata, è stato come scavare in profondità dentro sé stessi immergendosi nel personaggio completamente. L’emozione gonfiava i miei occhi, sono uscita in silenzio e sono rimasta così, sospesa, per giorni, aspettando di rielaborare i pensieri prima di riuscire a raccontare questo viaggio.
Da provare assolutamente
Alice
Riprendo la bici dopo aver salutato….le sensazioni sono sono ancora forti e vive, e nonostante io mi sia mostrato sicuro e centrato, non lo sono per nulla. Nel rientro a casa appena i campi sfilano alla mia sinistra, la commozione si fa avanti e il nodo in gola non si fa pianto, perché già le lacrime erano scese durante l’esperienza. Una catarsi. Un mare di emozioni mi attraversa, e ciò che probabilmente rimane di più, sono i profondi brividi che mi hanno scosso nelle risate… la voce che mi ha sussurrato “non cercare di capire”, e l’abbraccio sicuro che mi ha sempre condotto… fino allo specchio dell’Edipo di me.
Geniale!!!
Non è facile descrivere a parole un teatro vissuto, un teatro dei sensi e per i sensi.
Grazie a chi con grande passione dedica la sua arte per far vivere l’arte allo spettatore nella sua forma più completa e contemporaneamente intima.
Grazie dal cuore a tutti per questa nuova esperienza.
Andrea R.
Un saluto a tutti voi!
Ho appena aperto la busta che mi è stata consegnata ieri, dopo Edipo e volentierissimo vi dò la mia impressione e magari, consigli per una prossima rappresentazione similare.
Ho individuato alcune caratteristiche in questo spettacolo: la passione, l’amore, l’ignoto, il lasciarsi andare, il buio ovviamente, i profumi.
E’ stato davvero passionale ed entusiasmante non sapere cosa avresti vissuto..il bendato poi ha fatto in modo che questa breve esperienza fosse ancora più forte.
Valentino G.
Gentilissimi,
riporto ora alcune suggestioni che ho elaborato in questi giorni a seguito dell’esperienza di venerdì pomeriggio circa la rappresentazione di Edipo.
In primo luogo, mi ha fatta riflettere il fatto che lo spettatore non sia più tale. Secondo me, è un atto rivoluzionario e umanamente potentissimo: infatti, poiché l’etimo di spettatore è “spectator”, cioè “colui che guarda”, l’impossibilità di vedere con gli occhi durante quasi l’intera tragedia implica un cortocircuito dell’idea stessa di spettatore. Da voi non si va a vedere Edipo, ma lo si sperimenta sulla propria pelle- letteralmente: non c’è più distanza tra me e il protagonista, non sono in un luogo sicuro rappresentato dalla sedia, al di fuori del palco, ma sono dentro il mito e divento il mito, con le responsabilità e le pene che ne conseguono. E solo per metabolizzare questa consapevolezza ci vogliono almeno due giorni.
In seconda battuta, mi sono soffermata sulla valenza della vista: i Greci dicevano che chi era cieco era benedetto dagli dèi perché sicuramente deteneva la vista seconda, cioè la capacità di vedere il futuro. Se declino questa visione nell’ambito della Vostra poetica, capisco che per me non vedere con gli occhi ha implicato acuire tutti gli altri sensi: è raro che si presti attenzione allo sfiorare di un braccio o a un profumo particolare quando si è presi dalla frenesia quotidiana- non a caso, viviamo in una società oculocentrica e, di conseguenza, il 99% degli stimoli di ogni giorno riguardano la sfera visiva. Pertanto, la scelta di bendare lo spettatore è ancora più rivoluzionaria nel contesto ultracontemporaneo.
A questo, poi, è seguita una suggestione relativa al finale: tutto ciò che ho provato in ogni singolo istante, ogni frase che mi sono sentita dire, tutti i profumi che ho sentito non sono altro che me stessa, una parte di me, un interstizio del mio passato o del mio presente che si fa avanti e che Voi fate esplodere, ma che solo nella dimensione fisica del teatro ho compreso. Per questo, la carica di un’azione di questo tipo non è solo quella di uno spettacolo teatrale, bensì quella di un rito: siamo tornati alle origini del mito occidentale, ma anche del teatro nella sua funzione politica, nel senso etimologico dell’aggettivo politico. Direi, infatti, che questa esperienza sia plasmante e formativa per il singolo, quantomeno per come l’ho vissuta io: i primi pensieri che si fanno quando ci si dirige verso la macchina riguardano singoli istanti- il coltello, l’incesto, la fustigazione, etc…, però poi ho vissuto una sorta di illuminazione. Ho capito, senza sapere come né perché, che questa esperienza mi ha cambiata, e dunque il primo pensiero è stato quello di urlare: “Dovete andare anche voi, dovete vivere quello che ho vissuto io!”, proprio come se il rito avesse avuto un significato formativo per me come parte della pòlis, della cittadina, e come se ogni politès dovesse sperimentare lo stesso per crescere, rendersi conto di ciò che siamo, e agire di conseguenza. Chiaramente non è un discorso logico- in fondo, oggi ho fatto quello che facevo anche giovedì prima di sentire Edipo-, eppure è come se dentro di me avessi raggiunto un grado di consapevolezza in più.
Con affetto e stima,
Vostra Benedetta
E’ stato davvero un grande dono “prendere parte” e non, come si è soliti dire e fare, “vedere” questo spettacolo. Credo che in effetti il viaggio multisensoriale che questo rito performativo propone sia davvero importante per tutti noi: riappropriarci dei sensi è la via della consapevolezza.
Ho aspettato molto a scrivere, volevo darmi il tempo di metabolizzare questa esperienza. Sono passate ormai due settimane e spesso, ancora, mi ritrovo a pensare alle scene che ho vissuto in prima persona, a questo mio essere Edipo, ai pensieri che mi hanno frenata in certe situazioni, in contrasto con il prevalere delle emozioni che mi hanno travolta in altri momenti. Sono entrata in teatro con le aspettative di vivermi in prima persona questa tragedia, ma mai avrei pensato di poterne essere così trasportata e coinvolta. La definirei una vera e propria esperienza, di contatto con l’umano e con l’inumano, e soprattutto di contatto con il nostro essere più profondo.
Un’esperienza che mi ha segnata e che mi porterò dentro, ed ora che vi ho conosciuto sono curiosa di vivere anche il resto della vostra tetralogia!
La tragedia del soggetto
Byung Chu-Lan – La scomparsa dei riti
Mi svesto dei miei gioielli, dell’orologio, del cellulare, del cappotto, sciolgo i capelli e i lacci delle scarpe, lasciando tutto su una sedia illuminata da una candela (elemento che nello spazio rincontrerò e che è sostanza di altre creazioni Lemminghiane) e in apnea alta, su un pavimento freddo, i miei piedi iniziano a brancolare nel buio. L’atmosfera si carica di sacralità e nell’oscurità giungo da una figura femminile, in bianco e con una candela, che mi porge la mano: stringendola accetto il sacrificio. Mi condurrà ad un palmo dall’Oracolo di Apollo, che è insieme Tiresia bendato, da cui riceverò la benda sugli occhi: sono Edipo.
La prossimità con i corpi degli attori è massima, percepiti come presenze, mi incoronano Regina della loro comunità. Sono condotta dentro le azioni di Edipo da partiture di gesto, testo, odore e sapore che svelano una sapienza rituale a cui mi aggrappo. Mi ritrovo catapultata nella confusione dell’inconsapevolezza e nell’enigma dell’identità: chi sono io? Chi e cosa mi muove? Manovrata da forze fuori di me, rifletto (a posteriori) sul destino. La volontà di conoscenza, di vedere, di dare un senso logico, narrativo e sensato, alla realtà o il desiderio ardente di toccare e di piangere a singhiozzi si mescolano alla resistenza e al terrore, sublime, di non sapere cosa possa ancora accadere. Mi abbandono all’errare notturno.
Le scene non seguono la linearità letterale del mito, ma restano fedeli ai personaggi del viaggio, nonché ai simboli e agli archetipi di cui sono portatori. La drammaturgia spaziale è labirintica, l’intertestualità lascia che dialoghino le parole di Sofocle, Proust, Pessoa e Seneca, masticate in dialetto, in prosa e in poesia e tradotti in sussurri e aliti umidi, i quali avvolgono e ingabbiano.
La parola, di per sé finita, si fa vibrazione che rompe il silenzio e convive paritaria con gli stimoli olfattivi, gustativi e tattili. L’esperienza è sinestetica e mi immergo nella vertigine incestuosa del corpo a corpo.
Vivo la soglia tra la finzione e la verità. Perdo l’oggettività e mi affido al sentire e vedere (che in greco aveva la stessa valenza) della coscienza. Vengo trascinata negli episodi del mito, vivo le situazioni da protagonista e riconosco i personaggi del mio viaggio. Mi scontro con la colpa, il peccato, la trasgressione remota, l’eros, l’incesto, mia madre, i miei figli non nati, la culla, la corona, la ninna nanna dell’infanzia, il bacio della buonanotte e la peste. Vedo nitidamente gli altari del sacrificio che, da lì a poco si compirà.
Quando apro gli occhi, verso la fine del percorso, sono nel riflesso di uno specchio e non mi riconosco. È la rivelazione del dubbio e della dualità. Resto nell’immobilità più cruda e desolante mentre appaiono due scelte ai miei lati sotto forma di figure, una nera e una bianca, l’una mi condurrà direttamente all’uscita e l’altra, che scelgo, mi mostrerà la verità della mia Hybris inconsapevole: Laio e Giocasta, Creatori, i genitori, gli Adamo ed Eva che nudi sul letto mi guardano sornioni e mi scacciano via. Come il riflesso allo specchio fugge dalla soluzione: sogno o son sveglio?
Corro verso l’uscita, supero gli angoli e trovo Antigone per l’ultimo doloroso saluto. Il senso del dolore è così vero che rimango in balìa di un abbraccio. Poi l’esilio, poi il ritorno all’ordinario.
Così, l’esperimento di Massimo Munaro di far immergere il comune mortale «nelle acque profonde del nostro mondo interiore« riesce pienamente. La sua indagine archetipica studia lo stimolo e la reazione strutturando una doppia partitura per gli attori e per gli spettatori. I segni teatrali rivestiti di una nuova semantica scenica acquistano lustro e splendore mentre s’intrecciano ai tessuti del corpo, liberando la catarsi.
Un cortocircuito emotivo che sfugge alla comprensione, ma che illumina la propria coscienza sull’enigma eterno dell’esistenza.
Anche l’Edipo non ha tradito le mie aspettative.
Ancora una volta, ancora di più, ci si immerge in una vera e propria esperienza sensoriale, che risveglia il nostro io più intimo, mettendoci difronte alle nostre forze, alle nostre debolezze, alle nostre paure, ai nostri ricordi…la sapiente capacità del regista di rendere attuale un’opera monumentale e la delicatezza con cui gli attori ti leggono e ti accompagnano in questo viaggio fanno il resto.
Un grazie particolare a Katia per avermi incoraggiata a scoprire un genere teatrale che almeno una volta va sperimentato!
L’esperienza con Edipo mi ha profondamente segnata. Ho sentito, finalmente, rompersi un confine ed essere attraversata da qualcosa di umano, in un mondo dove, quando vai al teatro, tutto trovi tranne che esseri umani.
Ecco: Umano lo definirei, e per questo animalesco, bestiale.
La genialità dell’opera sta nell’assoluta unicità dell’esperienza. E’ come una gemma preziosa che la natura crea, impossibile da riprodurre. Per quanto gli attori percorrano un percorso sensoriale più o meno uguale, lo spettatore ha la possibilità di creare un immaginario personale e unico. Il fatto che lo spazio e tempo siano totalmente affidati agli stimoli sensoriali lascia davvero molta libertà allo spettatore, che ha una centralità assoluta. La prova di questo per me, infatti, è che si tratta proprio di uno spettacolo che non può esistere senza lo spettatore, che si ritrova anche ad essere il protagonista. MAI VISTO UNA COSA SIMILE!
Oltre la sensorialità, mi ha affascinata e interessata parecchio l’immagine dello specchio e la responsabilità di scelta che viene affidata al pubblico. Il modo in cui “Edipo” chiama in causa lo spettatore è estremamente diretto e pone lo spettatore in una posizione impossibile da rifiutare. Penso che sia un modo estremamente funzionale per svegliare le coscienze assopite, oggi, in un mondo in cui è sempre più difficile comunicare e catturare l’attenzione delle persone.
Tragedia dei sensi per un solo spettatore, IO
“Ah, il teatro del Lemming, lo hai fatto il loro Edipo, vero?”. E lì la mia risposta era: “No, purtroppo no” e mi trovavo di fronte ad occhi sbarrati, labbra che pronunciano sempre la stessa cosa. “Devi fare questa esperienza”.
E no, nessuno, mi ha mai chiesto se l’Edipo lo avessi visto o devi assolutamente andare a vederlo. Parlavano di fare, di esperienza. Leggendo il testo di Massimo Munaro, “La tetralogia del Lemming” e molti saggi accademici su questo spettacolo teatrale fondativo della storia del teatro dello spettatore, avevo intuito qualche cosa e, credo, una parte di me ripudiasse l’idea di rendermi così vulnerabile.
È così che avevo prenotato il mio posto a questa tragedia dei sensi per un solo spettatore e, poi, avevo chiuso in un cassettino della mente sigillato l’idea che questa tragedia l’avrei vissuta da sola, in prima persona.
Tragedia. Tragedia. Tragedia. Una parola che mi risuona potente nella testa nei dieci minuti a piedi che mi separano dal teatro.
Il giorno è arrivato. Il cassettino nel mio cervello esplode e insieme a lui l’ansia di non essere pronta. O meglio. L’ansia di provare qualcosa che non voglio provare ma anche la paura di non provarlo perché mi sono chiusa a riccio.
Tragedia è una parola strana. Molto quotidiana, forse troppo. La usiamo in maniera impropria. Quante volte ci siamo sentiti dire: “Non fare una tragedia”, “Stai facendo una tragedia greca” ma anche “È successa una tragedia per davvero”? Cosa significa per me questa parola?
Da un lato, mi rendo conto di usarla in maniera ironica per minimizzare piccoli sconforti della vita. Dall’altro, mi terrorizza. Non vorrei che una tragedia, un flagello “mi piombasse addosso proprio sulla testa”.
Non sono pronta. Non è tra i miei desideri.
Ne cerco l’etimologia e le prime due opzioni più accreditate legano questa parola ai riti dionisiaci, al culto di Dioniso. Dimensione molto cara al teatro e, più nello specifico, al teatro del Lemming.
La terza proposta etimologica mi atterrisce. Rimanda al ferire a morte. L’ansia sale e il Teatro Studio è immerso nella nebbia.
La mia attesa dietro le porte oscurate da drappi rossi mi permette di assistere ad un caldi tramonto invernale ed inizio la mia avventura edipica in una atmosfera crepuscolare.
Ad accogliermi una sedia, una candela accesa e Massimo Munaro, il regista, maestosa figura rigorosa.
Mi trovo in una specie di corridoio. Seguo le indicazioni del regista. Mi accomodo sulla sedia, tolgo le scarpe e i calzini, mi sciolgo i capelli.
Tre operazioni di una semplicità disarmante che, però, nella mia mente si legano dubito a due situazioni della mia quotidianità.
La prima, quella di rimanere a piedi nudi, mi risveglia la normalità del gesto del rientro a casa, al nido, allo spazio protetto.
Lo sciogliere i capelli, per me, è il prepararsi alla dimensione del riposo notturno e, in un certo senso, anche al sonno, all’onirico.
Il mio viaggio inizia. Incedo a passi lenti sul parquet. Il pavimento è freddo e mi aiuta a rimanere presente a me stessa. La luce è fioca. Raggiungo l’ampio spazio del Teatro Studio e una figura femminile vestita di bianco mi chiama a sé. Il tepore della luce calda delle candele non mi fa avere paura anche se, questa donna, non riesco a vederla in volto.
La guardo a distanza nella sua interezza. Decido di procedere lentamente. Mi avvicino a lei. Non ricordo il suo volto, cosa è successo con precisione, se mi ha toccato il volto o mi ha stretto le mani, se mi ha abbracciata o solo cullata ma ricordo perfettamente la sensazione che ho provato.
È strano perché alcuni dettagli di questo mio vissuto edipico hanno assunto dei contorni sfumati e quasi corrosi dal tempo già dopo pochissime ore dallo spettacolo.
Un po’ come i sogni che mentre li vivi sono così belli e l’unica piccolissima parte del tuo cervello sveglia si dice, è troppo bello, ricordatelo, non fartelo scappare ma, appena finisce, appena ti svegli, te lo sei già scordato del tutto.
Ricordo esattamente di essermi detta che questa cosa non me la sarei mai voluta scordare ma varcate le porte riuscivo a ricordare solo le emozioni provate.
Un senso di accoglienza, di amore, di maternità e di quella piatta calma prima della tempesta.
Lo associo ad un ricordo preciso. Ogni volta che stavo in alta montagna nella baita con mia nonna e le nubi si scurivano non presagendo nulla di buono, lei estraeva l’ulivo benedetto e lo bruciava sull’ingresso della piccola dimora. Un gesto di amore e di protezione che, però, portava in sé l’inquietudine che qualcosa di brutto e devastante sarebbe successo di lì a breve.
Questo ho provato davanti alla bellissima figura immacolata.
La donna mi conduce poco distante in un altro corridoio che, forse, non è così lungo ma a me sembra stretto e infinito, quasi claustrofobico.
Qui ho la sensazione che il tempo si sospenda per moltissimo, la figura vestita di bianco mi conduce al cospetto di una figura vestita di nero con una benda sugli occhi.
La donna mi prende il volto tra le mani e mi parla. Il suo alito sa di alcool, di vino, di grappa. L’odore è sgradevole, a tratti insostenibile. Il suo tocco sulla mia faccia mi spaventa e mi atterrisce. Il presagio nefasto si fa sempre più vicino, le sue parole sono una triste profezia che si rivolge a me. Sono io la vittima del fato inconsapevole o, consapevolmente, delle mie stesse scelte. Ho paura. La donna si sbenda e per un attimo immagine orrorifiche inondano i miei occhi. E se non avesse gli occhi? Se le fossero stati cavati e davanti a me trovassi solo due buchi vuoti e sanguinolenti?
Nulla di queste paure si concretizzano ma i suoi occhi di un azzurro cristallino mi turbano nei pochi secondi in cui li posso fissare perché, ora, sono io ad essere la bendata.
Il drappo di tessuto nero è passato dagli occhi di questa sorta di moderna Tiresia ai miei. Sento una mano che si strige alla mia e mi guida. Il pavimento si raffredda. L’incedere mio e della mia guida è lento e misurato.
Ci fermiamo. Sento una lieve brezza sul mio viso. Qualcosa mi scorre dolorosamente sul palmo della mano. Realizzo subito che si tratta di una lama. Non ero pronta a sentire direttamente un fastidio fisico reale, quasi doloroso ma non ho tempo di sconvolgermi e pensare perché io ora impugno la lama.
Di questo, purtroppo, non ne sono sicura ma credo che un braccio abbia sollevato il mio e mi abbia fatto conficcare il coltello in qualcosa, una cassa toracica, un corpo vivo sul quale prima affondo e poi infierisco spostando la lama verso destra e verso sinistra.
Il coltello esce e qualcuno me la toglie dalle mani repentinamente.
Dico che non sono sicura perché sono certa che da sola, bendata non avrei mai pugnalato qualcuno che non sapevo esserci, che non potevo vedere che non so nemmeno se ho pugnalato quindi, per forza, qualcuno deve avermi guidata in questa operazione ma se oggi ci ripendo la sensazione, di nausea mista a vertigine, di piacere sadico mista ad orrore, falsifica le mie memorie e mi fa credere che io abbia fatto tutto da sola. Abbia pugnalato non solo di mia mano ma anche di mio cuore, di mia testa.
Il viaggio prosegue. Credo che ora le persone che mi guidino, gli esseri anzi siano due, uno per lato scavalco qualcosa, sono su una piattaforma di legno. Giro e giro.
La voce della sfinge, profonda, femminile, graffiata mi sorprende. Ho fretto. Il suo enigma. Il suo volto, la sua bocca. La sto toccando in viso.
So la risposta ma taccio. Il freddo è così persistente.
Scendo dalla piattaforma rotante affrontando un altro gradino.
È strano ero sicura avrei avuto paura, vertigine ma provo un senso di grande libertà.
Di tutto lo spettacolo, l’esperienza, devo ammettere a me stessa che di questa parte ho i ricordi più belli ma anche più confusi. La dimensione dell’onirico e degli inferi è stata raggiunta. Qualcosa si è schiuso. Mi sdraio su di un materasso. Anzi, vengo sdraiata.
Di questo passaggio ricordo un turbinio di voci sovrapposte, scomposte e anche all’orecchio.
Forse alcune sono venute prima di essere sdraiate, non lo so. Altre mi hanno raggiunta al cervello mentre una moltitudine di mani vagava sul mio corpo. Altre ancora mi sono state pronunciate mentre venivo cullata.
Non ricordo con precisione i fatti ma ricordo distintamente il mio sentire.
Prima una paura, un senso di colpa e di vergogna. Ricordo di essermi resa conto che me ne stavo lì tutta ingobbita con le spalle chiuse come a sparire, come a nascondermi, come quando ero adolescente ma, anche, alcune volte oggi che la mia adolescenza è un ricordo un po’ distante.
Una storia che sembra bella. Il bacio della buonanotte che, sinceramente, non fa parte del mio vissuto personale dell’infanzia ma che mi fa pensare sempre a qualcosa di bello e, poi, d’un tratto non lo capisco più perché è come se qualcosa quel momento bello lo avesse sporcato. Un sapore cattivo mi risale dalla bocca dello stomaco.
Nel momento in cui le mani hanno iniziato a vagare sul mio corpo ho vissuto una cosa strana, assurda, irreale. Mi sembrava di potermi osservare da fuori, di essere uscita dal mio corpo. Di potermi vedere dall’alto con i miei jeans, il mio maglione rosa, i miei piedi nudi e cento mani che vagano su di me.
È un po’ come quelli che hanno vissuto orribili traumi o una esperienza premorte e si sono scollegati. A me non era mai capitato e mi sentivo fluttuare.
Il parlare all’orecchio, al musica mi hanno schiuso dei personali ricordi dell’infanzia, un senso di colpa mai risolto, un lutto quando ancora ero troppo piccola per capire cosa significava perdere qualcuno per sempre.
Non pensavo lo avrei ritrovato lì e non penso, forse, nemmeno mi sia stato detto per davvero ma quello che ricordo distintamente è un “non è colpa tua” a me rivolto.
Mi sento cullare. Il materasso credo si stia spostando ma la mia testa è scivolata un po’ troppo nella profondità personale e qualcosa me lo perdo.
Mi riapproprio del mio corpo non tanto quando vengo rimessa in piedi ma quando mi scontro contro un corpo maschile che mi abbraccia. Quel contatto non mi piace, non me lo merito, non lo voglio, me ne voglio andare.
Ricomincio a muovermi sempre guidata e bendata. Un profumo delizioso di borotalco risveglia le mie narici che, a quel punto, si ricordano che poco prima hanno sentivo un meraviglioso profumo di arancia, di mille bucce che a pioggia ricoprivano il mio corpo.
Oggi mi chiedo se questo sia successo davvero, se le stanze che ho attraversato avevano davvero temperature tanto diverse, così diverse da spaventarmi, se il mio naso ha provato questo.
Qualcosa mi colpisce in faccia, mi fa male a dire il vero ma scoppio a ridere non di gioia o di ilarità, ho paura e me ne accorgo solo ora.
Sono stata in tensione tutto questo tempo e questo colpo improvviso mi ha fatta reagire in maniera inconsulta.
Mi colpiscono di nuovo, forse di nuovo, forse ancora.
Camminiamo. Mi siedo e mi viene chiesto di contare fino a 17 e poi svegliarmi.
Lo faccio pedissequamente.
Mi sbendo e ci metto un attimo a mettermi a fuoco perché sì, quella che vedo davanti a me sono proprio io su uno specchio segnato dal tempo.
Mi guardo e non mi sono mai vista così brutta in vita mia, come fanno le persone che mi stanno vicine a non distogliere gli occhi disgustate? Mi guardo e vedo i volti dei miei genitori nel mio. E sono bellissimi, stupendi, mi mancano e vorrei abbracciarli.
Mi guardo e non mi sono mai vista così io, come se mi vedessi per la prima volta e le emozioni iniziano a fluire.
Sento due figure, una alla mia destra vestita d bianco e una alla mia sinistra vestita di nero.
Mi attraggono a sé e io non riesco più a sostenere il mio volto nello specchio.
Scelgo la figura bianca, vorrei che mi abbracciasse, mi cullasse, mi stringesse come ha già fatto nel mio viaggio e così fa. Penso siano state due ad un certo punto ma quando riconosco il volto della donna immacolata che per prima mi ha accolto mi commuovo.
Lei mi stringe e mi ama. Mi abbraccia e mi saluta.
Vorrei restare ancora un po’. Non posso è finita la tragedia dei sensi.
O forse no. Esco e piango.
Non sono triste, sono davvero felice ma non pensavo avrei provato tutto questo, avrei rivissuto il mio vissuto così intensamente.
È teatro ma è vero. Perché ma? Non dovrebbe essere sempre verità.
Cari Amici del Teatro del Lemming era molto tempo che aspettavo di assitere a “Edipo” tragedia dei sensi. Di questo spettacolo avevo sentito parlare in diverse occasioni e in me si era creata curiosità e un po’ di timore poiché sapevo che non è un lavoro teatrale “tradizionale”. Sicuramente le mie aspettative positive sono state confermate. Conosco la tragedia sofoclea e fin dall’inizio ho compreso che il rapporto attore- spettatore corrisponde al rapporto tra Edipo e il mondo che lo circonda. Edipo-spettatore è chiamato a fare un celere viaggio dentro la sua vita, privato della vista. La cecità, tema importantissimo nel mito in quesitone, spinge gli altri sensi ad essere più presenti e, grazie ad una serie di stimoli esterni provocati dagli attori, lo spettatore vive sul suo corpo e all’interno della sua anima quello che Edipo ha provato davanti alle terribili vicende accadute. E’ inevitabile durante tutto il viaggio fare un paragone tra la propria vita e quella dell’eroe greco e pensare, soprattutto alla propria infanzia, che appare come un periodo di serenità e perfezione. Lo spettacolo ti apre gli occhi: comprendi che quel paradiso terrestre non è più presente, nella vita devi compiere scelte e pagarne le conseguenze. Il pensiero principale con il quale ho attraversato le varie parti del viaggio è che il tempo passato non torna più: ciò che abbiamo vissuto è finito, il nostro sguardo interiore lo dobbiamo rivolgere al futuro. Per poter compiere tale passo dobbiamo “crescere”, abbandonare l’infanzia, luogo sicuro e protettivo e prendere coscienza di ciò che siamo, accettando le gioie e i dolori che la vita ci pone di fronte. Nel finale, davanti ad uno specchio, ti vedi creciuto e con lo sguardo provato dalle soffenze, le stesse che appena termini il viaggio ti fanno scendere lacrime liberatorie e catartiche. Non siamo perfetti, ma posssiamo provare a conoscere meglio noi stessi.
Grazie per quello che mi avete donato.
Proprio come nei sogni, è difficile stabilire se ho vissuto un’esperienza di un’ora o di cinque minuti. Frammenti di vesti bianche, odore di borotalco nell’aria, polvere sotto i piedi, mani come culla e come serpi. Messaggi nell’aria come oracoli o verità lontane, che vorresti riuscire ad afferrare ma di cui non hai che un flebile ricordo.
Tutto ha il sapore dell’onirico, e proprio in virtù di ciò non c’è giudizio sul perchè o sul come. Le immagini, i sapori, i suoni vengono accettati (o respinti) con la ragione irrazionale del sonno. Il mio corpo ricorda un sogno, non uno spettacolo, ma questo non lo rende meno vivo, anzi: proprio come nei sogni, ciò che mi accade è sempre molto reale, e per questo spesso perturbante.
Dai sogni per fortuna ci si risveglia, e anche qui l’accompagnamento al “risveglio” avviene con cura e delicatezza, senza necessità di dover aggiungere nulla di più a quello che è (o non è) successo.
Spengo il cellulare. Buio. Un Acheronte mi guida e mi fa spogliare degli oggetti che caratterizzano la mia vita quotidiana. Vago a passo discreto e insicuro. Dietro l’angolo si apre fioca la luce di una candela che illumina uno spazio a me ben noto ma che ora appare completamente diverso, come in sogno quando sai di essere in un luogo familiare ma chissà perché non lo riconosci. Un braccio teso, una figura angelica, materna e allo stesso tempo come una sorella, che dolcemente mi guida verso il buio più totale, con quella consapevolezza di chi sa che qualcosa di terribile sta per accadere…ma all’improvviso ecco, una luce, così fioca eppure in quella oscurità così potente! Una figura di oracolo sta, mi aspetta, percepisce la mia presenza. Mi tocca per riconoscere che sono io, quella alla quale una profezia deve essere annunciata, con fiato mortale, inesorabile. Cosa mi attende ora? Vengo bendata, non ho più l’uso degli occhi eppure compio un gesto rapido, forte, improvviso, talmente inatteso che la mia mano resta immobile, irrigidita. Che cosa ho fatto? Cammino lentamente verso il mio enigmatico destino. La sfinge mi parla, bestia feroce, calda, carnale e non potendo rispondere vengo risucchiata da un vortice, sono dentro a un uragano di rabbia, ferocia, follia, un vento gelido mi accarezza il viso. Procedo confusa, so di aver compiuto qualcosa di terribile, ma cosa? Improvvisamente il caldo e il tepore di un ambiente quasi infernale mi avvolge. È piacevole. I miei piedi avvertono il morbido, sono in un ambiente familiare, accogliente, un divano, un salotto di casa…ma all’improvviso spiriti mi circondano, mi chiamano, cosa vogliono da me?! Sono ovunque. Brividi freddi, congelati mi scorrono lungo la schiena. Teste volteggianti fatte di aria e alito mi circondano, mi perseguitano! Poi un ricordo, non so come, sono sdraiata nel mio lettino, sono piccola e voglio che papà venga a salutarmi, il mio papà, sappiamo che è il nostro momento, ma la mamma non vuole e questo lo rende ancora più eccitante. È un amore clandestino il nostro, mi fa anche solletico tanto mi stuzzica, mi provoca, mi da i brividi…ma la mamma si accorge! Che cosa ho fatto?! Ho mangiato il frutto del peccato, l’ho fatto! Ancora sento l’ebrezza sulla pelle e il suo sapore in bocca! Poi la calma prima della tempesta, una nenia mi tranquillizza, mi culla, una musica che viene da lontano, un abbraccio che mi è materno, una voce così vicina da sentirne il calore…poi non so come il mio corpo si muove (ho ancora un corpo io?) prima lentamente e poi più velocemente tanto velocemente che vado a sbattere contro un corpo che riconosco e non riconosco allo stesso tempo. L’ho già incontrato? Quando? Lo tocco ma piano per capire di chi è. Poi la fustigazione, devo espiare la mia colpa, è giusto così, la subisco passivamente senza ribellarmi perché so che è giusto, io ho sbagliato, anche se non volevo, non c’è volontà di compiere quello che ho compiuto, ma l’ho fatto perché mossa da qualcosa di più grande di me. Vengo sbendata ma non voglio aprire gli occhi, non voglio. Non so che troverò davanti, non so se sarò ancora capace di vedere come prima. Lentissimamente li apro e le mie pupille faticano a mettere a fuoco quella che sembra l’immagine di una vecchia. Quella vecchia che fatico a riconoscere ha qualcosa di familiare…qualcosa di mia madre, forse di mia nonna…forse di mio. Mi sono appena ritrovata in quell’immagine così diversa da come mi ricordavo che subito compaiono due figure ai miei lati. Mi chiamano, le guardo a lungo, prima quella bianca, conosciuta, poi quella nera, ignota e terrificante, poi di nuovo l’una e ancora l’altra per un’infinità di volte. Mi fanno capire che devo andare, devo fare una scelta. D’istinto vado dalla bianca che però non mi abbraccia, mi manda in un’altra direzione e finalmente la ritrovo, quella sorella o madre che mi ha abbracciata all’inizio di questo incubo! Tutto è finito? Sì, finalmente esco dal labirinto. Ho solo una domanda in testa. È stato un sogno o è davvero accaduto tutto questo?
Ho conosciuto la storia di Edipo per la prima volta al liceo. Ho subito notato i messaggi importanti rinchiusi all’interno e le riflessioni profonde che ti porta a fare. L’ho studiata e ho risposto alle domande delle interrogazioni. Ma viverla ed essere Edipo è tutta un altra cosa. Essere Edipo vuol dire provare i suoi sentimenti che sono i tuoi, le sue colpe che sono le tue. Vuol dire capire le cose ma un grandino più in profondità.
Per una persona come me, lontana dal mondo del teatro (soprattutto quello sperimentale) è stata un’esperienza incredibile. È stato un viaggio onirico che mi ha catapultato in un’altra realtà per una buona mezz’ora e ancora non sono sicuro di essere tornato.
È stato bellissimo essere lo spettatore-protagonista di quest’opera. Se essere spettatore di un’opera ti regala emozioni, questo lo eleva all’ennesima potenza.
Tantissimi complimenti al regista e agli attori, stupefacenti.
Grazie per quello che mi avete regalato
Premetto che conosco e apprezzo il Teatro del Lemming da poco più di 4 anni.. e che ho iniziato la Tetralogia alla rovescia.. dal Viaggio di Odisseo.. a novembre del 2019 .. presso il Teatro Julio Cortazar di Pontelagoscuro sede degli amici di Teatro Nucleo.. detto questo.. chiaramente l’emozione di entrare da solo.. al buio inizialmente.. poi addirittura bendato… calore del corpo caldo della prima donna.. che non è poco.. per chi è single come me.. e perché dopo 3 anni di Covid.. i contatti umani si sono quasi del tutto annullati.. comunque sia un misto di emozione.. affetto.. paura di cadere ad un certo punto.. poi sorretto.. ma visto il mio peso specifico.. ho avuto comunque la percezione che le attrici probabilmente non sarebbero riuscite a tenermi in piedi.. emozioni che crescono.. tensione.. mi fanno stendere.. e mi sento avvolto.. ovattato.. gli abbracci e il caldo contatto femminile.. mi sento protetto.. e anche se un po’ mi sento a disagio.. e provo vergogna..se da una parte mi ha piacevolmente eccitato ed emozionato.. dall’altra mi ha fatto vergognare atrocemente.. e avrei voluto scappare.. ma cosi non è stato.. anzi.. mentre ero steso.. al buio.. e bendato..abbracciato a due corpi femminili.. caldi e formosi.. avrei voluto rimanere così in silenzio per ore.. forte tensione nella parte del coltello.. nei pezzi di mela.. lanciati.. a proposito io ho scelto di mangiare la mela.. e un po’ di tensione quando sono stato tipo colpito da una specie di frusta.. in faccia.. ma niente di che.. lo specchio finale.. mi ha fatto pensare.. e le due figure.. non so.. ero molto in dubbio.. ma alla fine ho scelto la figura più rassicurante… e spero di riuscire a condividere il resto della tetralogia.. fino A colono..
Fate un gran lavoro.. siete encomiabili.. mi spiace che non venite seguiti da un pubblico più numeroso.. e pure da fuori città..
Evviva il Teatro del Lemming!!!
e la voce ripete…
“Di chi è lo sguardo che guarda con i tuoi occhi?”
“Quando pensi che vedi, chi continua a vedere mentre stai pensando?”
L’entrata, accompagnata dal caratteristico odore dell’infanzia del borotalco mi ha catapultato subito agli anni in cui più degli altri è presente un contatto fisico con la madre.
Come nella mia esperienza personale, nello spettacolo ho trovato una rigida dicotomia tra la dolce figura della madre e quella del padre, la prima consolatrice e la seconda incolpatrice e generatrice di timori e paure.
Durante gli abbracci disteso per terra mi sono sentito a casa, come se il contatto con i genitori che si ha da piccoli non fosse mai scemato e avessi la possibilità di essere ancora consolato e perdonato da qualcuno.
I sensi di colpa per l’assaggio della mela sono stati il negativo che mi hanno fatto apprezzare il positivo, ovvero l’abbraccio commuovente a leggo, senza i quali sarebbe stato distaccato e impersonale.
Il più incisivo e impressionante tra gli spettacoli del lemming da me visti e probabilmente quello che mi porterò dentro con più sentimento e consapevolezza.
Oggi sono stato Edipo, ho anche giudicato Edipo e ora c’è Edipo dentro di me. Ma io sono Edipo ? No, o forse si, sicuramente quello che Edipo ha provato, quello che io ho provato, è una parte di me.
Non credo chiamerò questa cosa rappresentazione teatrale, è una trasmigrazione dell’anima in un’altra dimensione. Non ho visto qualcosa, ho vissuto. Quello sento dopo questa esperienza è una amplificazione della mia anima, come se fosse gonfia di cose che già avevo ma che essere Edipo ha portato a potenziarsi.
Le risate, le voci, i respiri mi hanno fatto affondare nella mia interiorità, e prendere contatto con cose che sono nascoste nel nucleo forte del mio io.
Non riesco a dire bello, non è quello che penso perché banalizza tutto ciò, riesco a dire solo grazie per avermi fatto vivere ciò che non avrei mai vissuto, o almeno non con questa intensità.
Sono entrata in un sogno, un sogno in cui c’era una guida, questo sogno aveva qualcosa da comunicarmi e tutto quello che c’è stato nel mezzo mi è sembrato il percorso necessario affinché il messaggio arrivasse, non so qual’è il messaggio, non ha raggiunto la mia parte conscia, ma ha lasciato un seme, un’esperienza.
Parlo di messaggio perché ho avuto paura, sono stata costretta ad infilzare un cranio, ho vissuto un amore avvelenato, ma in tutto questo non ero mai sola, non era qualcosa che accadeva contro di me. C’era una costante polarità, sempre, un senso di protezione anche nei momenti più angoscianti più violenti. E questo mi ha portata un po’ a pensare adesso che quella protezione in fondo è l’accettazione, di quello che succede, per quanto tremendo. Intorno a me c’era una presenza che mi faceva accogliere quelle atrocità. E poi un incredibile senso di abbandono. Abbandono verso qualcosa che non puoi controllare, che ti travolge. Ho un immagine che non dimenticherò, ho pianto fra le braccia di una donna che mentre mi cullava mi ha detto ‘non cercare di capire’. Mi porto questa frase, questo momento, in tutta la sua potenza.
Una cosa incredibile è stata anche che ad un certo punto, il sentire per me era completamente slegato dall’ azione che lo generava. Ricordo moltissimi colori, è come se tutti i sensi si fossero mischiati, non sapendo quasi più cosa veniva da dove.
Edipo è stato un viaggio, ho vissuto direttamente sulla mia pelle e questo è stato sconvolgente. Mi ha svuotata, quando sono uscita sono rimasta in una zona di mezzo per un po’, come dormiveglia, una zona confortevole che ti abbraccia, che non vuoi lasciare, che godi fino all’ultimo. Un abbraccio dopo un pianto.
Grazie
8 Febbraio 2023, Rovigo.
“ (…) il bello è qualcosa che supera lo stretto recinto del nostro Io, delle nostre preferenze, delle nostre identità. Qualcosa che provoca anche dolore (…).
Il dolore al cospetto del bello, è ugualmente anelito verso ciò che il bello promette. Si tratta di un anelito, di una tensione verso un’altra condizione dell’essere (…), che ha a che fare con l’ignoto e con l’enigma.
(La bellezza) (…) è erotica, perchè l’eros riguarda la tensione e il desiderio.”
“ La bellezza è una Sfinge, un enigma, un mistero che ci esaspera in modo doloroso”
“(…) Esiste la ricerca di quello stato di grazia dato dall’esperienza della bellezza.”
In questi termini dico che Edipo, tragedia dei sensi per uno spettatore, sia bello.
Per prima cosa uscita dal teatro, ho pensato di non essere stata ad uno spettacolo, né tanto meno di averlo visto, bensì di aver appena vissuto un’esperienza. Subito dopo ho rettificato questi pensieri dentro di me: posso dire “spettacolo”, perchè il “guardare” c’è stato sempre. Il guardare è stato interno ed esterno. In Edipo, lo spettatore produce immagini ma soprattutto diventa attore dell’azione. Esperisce la sua condizione, si muove nel mito, è guidato insomma nella sua stessa storia. Vive delle condizioni che io, in modo molto personale, avrei voluto avvertire per un tempo più prolungato. Non capisco se questo desiderio sia dato dalla seduzione delle immagini/contesti/stimoli o dalla reale necessità di “averne ancora”.
È successo che il teatro ha portato lo spettatore a viaggiare dentro se stesso, ma concretamente: preso per mano e condotto tra i suoi universali.
Quando prende la mano tesa verso di lui, lo spettatore firma un patto di fiducia e insieme di “gioco”. Per questo anche se ha paura non scappa. (Mi chiedo se negli anni sia capitato, se qualcuno per paura abbia espresso la volontà di andare via.) Accetta il compromesso di vivere quella storia insieme agli attori. E dov’è il confine?
Quasi subito mi trovo catapultata nella cornice teatrale dove la distanza interpersonale non è la stessa della vita quotidiana. Qui si oltrepassa perchè insieme, attore e spettatore, abbiamo fatto un patto: tu attore me lo hai proposto e io spettatore ho accettato. Inizialmente è stata un’invasione, poi paura, poi desiderio. Fino a voler continuare ancora.
I profumi sono rimasti impressi sia sugli abiti, sia nella memoria. Il primo in particolare: agrumato e dolce, capace di arrivare fino al gusto. Potrei elencare tutto ciò che mi è rimasto ma mi soffermo su due cose in particolare. La prima: da bendata o ad occhi chiusi, sono stata pervasa da una terribile bellezza. Gli abitanti del mio buio erano terribilmente belli poiché scatenavano uno stupore piacevole e pauroso, attraente e doloroso, così come la meraviglia per il mondo o per tutto ciò a cui sfugge una razionale spiegazione. La seconda: nell’ultimo abbraccio ho pianto. Ho rotto finalmente il mio velo di resistenza di fronte alle cose, quella specie di schermatura che si erge spessa senza scampo alla caduta, che mi difende e mi conduce a testa alta nel mio mondo. In quell’abbraccio si è sciolta lasciando spazio al suo centro fragile. Così ho abbracciato il fallimento e la speranza.
Edipo è arrivato in un tempo in cui per me è necessario accogliere la debolezza. Mi sono sentita debole e cieca e per questo vi ringrazio.
Mariachiara
Piacere e vergogna
Piacere o vergogna?
Piacere della vergogna
Piacere dopo la vergogna
Per (ri)trovare delle parole ho dovuto ripercorrere mentalmente le vie mostratemi dal mio corpo guidato – che non era più mio? mi chiedo -; le domande a cui non ho risposto – forse per la mia incapacità, o l’incapacità, nelle cose vissute e non pensate, di unire voce e mente -; le vie che ho scelto, e le vie che non ho scelto.
Abbattere la muraglia dell’attore intoccabile pone delle questioni quasi morali, come se si aprisse un varco proibito – il meccanismo di fiducia è quasi immediato. Ma chi sono stata, io? Ho mosso le mie mani, ho morso la mela, tutto per mia volontà o per quella delle possibili aspettative? E come si sentono, dentro, le aspettative? Sono come profezie? Cosa ci muove nelle scelte che compiamo: un senso di condiscendenza o il piacere che ne ricaviamo?
Mordere la mela era l’errore, l’errore che sapevo, in fondo, di aver commesso – eppure, in quel momento, quasi me ne compiacevo.
La colpa si muove nel petto come il pianto che ne consegue. Come Edipo, io non so da dove venga, non mi è stato rivelato per davvero per la scelta che ho compiuto. Ripercorro la strada fin qui.
Il vortice di emozioni che fa nascere un’esperienza di questo tipo è, per me, paragonabile ad un evento mistico, potenzialmente inassimilabile o addirittura inaccessibile, che mentre si vive difficilmente si comprende, ma che lascia il suo alone, il suo fiato caldo, la sua presenza, sull’intera persona. Corpo e mente che, quasi, invecchiano.
Con tutta la mia umana stoltezza, vi ringrazio profondamente.