TEATRO DEL LEMMING – UNA SOLA MOLTITUDINE uno studio
SABATO 14 E DOMENICA 15 MARZO 2026 – TEATRO STUDIO | Rovigo
Questo lavoro nasce come studio d‘ambiente nel 1992. Il lavoro viene riproposto oggi, a più di vent‘anni dalla sua creazione, come materiale di confronto, sfida e conquista, ma anche come messa alla prova e, insieme, prova di messinscena per un gruppo di allievi dopo un breve, ma intenso, periodo di formazione.
Per noi all‘epoca creare uno Studio d‘ambiente significava aprirsi a tutte le potenzialità di uno spazio. Teatro era qualunque luogo ospitasse il suo evento: e l‘evento doveva ricrearsi, appunto, a partire dallo spazio che lo ospitava.
Già in questo lavoro si affermava per noi la necessità di rivolgerci direttamente, quasi senza alcuna mediazione, agli spettatori. Drammaturgicamente il lavoro coniuga la ricerca avviata da noi in quegli anni su Vita di Galileo di Bertold Brecht e su Il linguaggio delle Api. In realtà esso finisce per nutrirsi anche della visione poetica di Fernando Pessoa, che già da allora avevamo eletto ad uno dei nostri poeti di riferimento. Alla dimensione logica/narrativa questo lavoro preferisce però la suggestione del frammento e dell‘accecamento poetico. Quasi ad affermare che c‘è, nell‘esperienza dell‘arte teatrale, una rivendicazione di verità, diversa certo da quella della scienza, ma altrettanto certamente non subordinabile ad essa. Questa linea di pensiero attraversa la nostra ricerca teatrale da allora fino ad oggi.
Il Teatro del Lemming, fondato a Rovigo nel 1987 è una compagnia di ricerca e di sperimentazione teatrale. Il gruppo si afferma, a partire dagli anni Novanta, come una delle realtà più innovative della scena attraverso un percorso teatrale, unico nel panorama italiano, che si caratterizza per il coinvolgimento diretto, drammaturgico e sensoriale degli spettatori. La Compagnia è da molti anni ideatrice di una originale pedagogia teatrale denominata I cinque sensi dell’attore.
Io devo capire.
Tre parole queste, che racchiudono interi mondi e che messe in questa combinazione rappresentano un piccolo squarcio nel velo di Maia e svelano uno dei bisogni esistenziali dell’essere umano, uno di quei bisogni che rischiano di essere sorgenti di angoscia. Capire: letteralmente significherebbe prendere, afferrare, trattenere, impossessarsi di qualcosa. Questo era il significato della parola in latino, un significato estremamente concreto, eppure nella lingua italiana per qualche motivo, abbiamo deciso di applicare questa categoria alla mente, immaginando (o illudendoci del fatto che) la stessa fermezza con cui è possibile stringere con la mano una mela potesse essere paragonabile, o addirittura uguale, a quella con cui la nostra mente tenta di “afferrare” la realtà, tentando di farla sua. E se la realtà fosse diversa da una mela? E se fosse più simile all’acqua, alla nebbia, ad una nuvola? È esattamente quello che mi ha mostrato – ciò che mi ha fatto vivere – lo spettacolo “Una sola moltitudine”. Farò un paio di esempi per far capire meglio come mi sono sentito.
Questo spettacolo mi ha ricordato i quadri di Kandinskij, perché ricordo il vano sforzo del mio cervello di riconoscere forme note in mezzo a quel mare di figure. Allo stesso modo ieri mi chiedevo continuamente: ma che cosa sta succedendo? Che cosa significa questa scena? Per fortuna, non sempre è necessario comprendere tutto, a volte è bello anche trovarsi impreparati e lasciarsi sbalordire (e nel farmi sentire impreparato questo teatro non fallisce mai!). L’altro esempio deriva dal “mestiere dello scienziato”: quando si deve studiare l’anatomia o l’istologia, sul libro ci sono sempre dei disegni fatti molto bene, dove ogni struttura è messa bene in evidenza, ben colorata, ben delineata, ma quando poi si prova a guardare davvero un vetrino al microscopio, tutti i confini tracciati con il pastello nero non ci sono, i colori sono più sbiaditi, le forme molto più bizzarre. A volte, si fa anche fatica a capire dove sia il confine tra due cellule. È incredibilmente più difficile, rispetto al manuale. Ecco, allo stesso modo, quando si va a teatro, in generale, ci si aspetto un bel monologo del protagonista, dei dialoghi ordinati, dei personaggi con un’identità definita. Meno male, in questo teatro non è così: ogni volta dimostrano che può esistere qualcosa di diverso, che vada oltre gli schemi, che sia in grado di deludere tutte le aspettative di ordine, riuscendo sempre a lanciarsi al di là di queste. Insomma, in questo teatro tutto avviene in maniera apparentemente imperfetta e disordinata, ma infondo è proprio così, forse, che si riesce a rappresentare meglio l’esistenza, la vita.
È rinunciando a capire, a comprendere, che si può dare spazio a qualcosa di ancora più importante: sentire.
È proprio un teatro che educa a sentire, piuttosto che a comprendere. Dallo scalpiccio dei piedi nudi degli attori sul palco (palco sul quale, tra l’altro, sono presenti anche gli “spettatori”, se così si possono definire, che non sono meno immersi degli attori), alle voci che cambiano di intensità, dalla paura per quello che potrà accadere alla meravigliosa sensazione di sentirsi accolti in una stretta di mano, chi vive questa esperienza (non guarda) si sente costantemente trascinato a sentire e io penso che non ci sia nulla di più prezioso. Concludo parlando di uno degli ultimi istanti, cioè quando si viene presi per mano, con una stretta calda e rassicurante, si viene guardati negli occhi, al buio, e viene pronunciata con voce tenerissima una domanda dal suono nostalgico: “Potremmo mai ritrovarci?”
Oltre al fatto che quella scena da sola vale tutto lo spettacolo, perché sentirsi guardati dentro e toccati è un dono speciale, mi è piaciuta molto la “responsabilizzazione” di chi assiste. Così usando, la domanda che mi frulla per la testa è: in questo marasma di corpi che si trovano e si lasciano, in questo frenetico rincorrere qualcosa che non ci conosce, io riuscirò a fermarmi, riscoprendo la magia del sentire, e ritrovarmi, ritrovarci?
Pietro
Vi sono, sempre, grata per ciò che vivo durante , i vostri spettacoli.
Fette di vita ,che tornano,ma prendono energia nuova e la restituiscono, anche a noi spettatori e spettatrici.
Un abbraccio
Patrizia
Buongiorno, ancora grazie e ancora bravi!
Si tratta sicuramente di una prova estremamente complessa e delicata, ma il risultato può essere solo altamente positivo.
Non perchè bisogna dare un “voto” a un lavoro, ma perchè studio, fatica, disciplina, costanza e soprattutto passione sono vissuti che si sono materializzati con prepotenza durante lo spettacolo e che personalmente, ma dalla prospettiva del pubblico, sono vibrati anche nella mia anima
A cominciare da una drammaturgia inconfondibile, capace di pesare parole, note, luci e sguardi.
Nel lavoro ho riconosciuto anche la mano salda e gentile della Signora Tommasini, capace di essere presenza ed espressione anche senza un ruolo prettamente protagonista.
E sicuramente pilastri altrettanto portanti anche chi ha egregiamente curato, oltre al resto, anche gli aspetti organizzativi – non meno fondamentali.
L’idea di essere seduta sul palco è stata per me incredibile
Uno spazio intimo, vicino ma anche slegato dai vociare e dagli abbracci, senza interazioni dirette e mai univoco.
Lo spazio si è giocato anche sui colori, a partire dall’idea perfetta di costruire quasi una figura ideale di pensiero, avvolta da semplici pantaloni neri che quasi si confondevano con il pavimento
poi in una seconda dimensione tratteggiata da una camicia bianca
e chiome di tutti i tipi che descrivono qualsiasi domanda con vissuti precisi
E tutti questi vissuti hanno preso forma in maniere diverse ma non stonate, tra un movimento impercettibile (l’entrata e l’uscita), lo sciamare, l’unità del gruppo e l’allontanamento tra i singoli.
Indubbiamente resto sempre affascinata dalla tematica della Torre di Babele, che per me ha permeato tutto lo spettacolo. Più un mito di una storia vera, con dietro di sè il poema Enuma Elish
La questione straordinaria di questo testo accadico sta proprio nell’averlo trovato.
Non sapevamo neanche di doverlo cercare e siamo anche riusciti a tradurlo.
Eppure l’Enuma Elish non ci ha insegnato nulla di nuovo: narra la creazione come atto divino, contiene la contrapposizione tra ordine e caos, definisce gli archetipi, è portatore di significati religiosi, esprime il concetto di morte come fonte ultima di vita, …
E così anche la singolarità, le grida, la separazione, il richiamo, la ricerca di un significato riportano di fatto a sguardi intatti
La musica composta per questo lavoro è carica di senso e funziona anche quando non c’è.
Sul palco si alternano infatti ritmi dell’ordine di 11/9 e 3/8 e un rassicurante C=4/4 mi ha permesso di non perdere la concentrazione.
Ho provato a cercare assonanze di metal ma non ne ho trovate.
Tra i precursori riconosciamo sicuramente Vivaldi (e devo citare anche Bach, che tra le altre cose trascrisse parte dell’opera di Vivaldi all’organo), Beethoven (ma probabilmente parte delle sue composizioni hanno gettato le basi più per il blues che per il metal), le innovazioni di Schubert, i lirici russi.
Questo in linea generale, poi va sempre compreso il genere e non è neanche così semplice destreggiarsi tra death, ambient, vegan, power, symphonic, black, glam, doom, ecc…
Nella musica che ha accompagnato lo spettacolo non ho distinto nessun sottogenere metal, ma è facilmente riconoscibile originalità e soprattutto un’impronta personale che, appunto, ha accompagnato alla perfezione tutto il lavoro.
Vi ringrazio ancora e mille volte bravi!
Ciao,
Chiara
Buon pomeriggio
Ieri ho avuto occasione di assistere a Una sola moltitudine e conoscere per la prima volta la vostra realtà.
è stata un’esperienza densa, di riflessioni, di suggestioni e di respiro alto.
e le domande della scena risuonano, tuttora. Grazie!
Riccardo