TEATRO DEL LEMMING – EDIPO tragedia dei sensi per uno spettatore
DAL 02 AL 08 MARZO 2026 – TEATRO STUDIO | Rovigo
Massimo Munaro ed il Lemming hanno ideato e costruito l’EDIPO in forma di vera e propria peripezia di conoscenza e, quindi di interpretazione. In sostanza hanno tentato, con successo, di incorporare all’interno del meccanismo drammaturgico la struttura stessa dell’enigma, facendo così della drammaturgia la sua (dell’enigma) rappresentazione.
Una tale ipotesi è per di più confortata proprio dal ribaltamento dei ruoli tra attore e drammaturgo, qui i presentatori del mistero, e spettatore chiamato, indotto e guidato alla interpretazione dell’enigma incorporato nella narrazione.
In questo senso lo spettatore è il committente del lavoro drammaturgico, in quanto portavoce di istanze collettive, ma è contemporaneamente anche colui che attraverso il teatro, cioè il luogo in cui è rappresentata (esposta) e transita la narrazione/enigma, è chiamato a farsi portatore di risposte, elaborazioni e dunque di interpretazioni.
Così le istanze rivolte dalla comunità, dalla collettività, al teatro, fondamento della drammaturgia occidentale sin dalla sua alba in Grecia, possono ancora essere portate direttamente dentro la drammaturgia dal singolo spettatore o da sue micro-comunità e attraverso questo e queste elaborate ed interpretate.
Il teatro, per il Lemming, va inteso dunque non solo come espressione di una collettività ma anche come luogo che elabora e modifica la percezione che ha di sé stessa questa comunità, ne interpreta enigmi fondativi e per questo può condizionarla, modificarla ed indirizzarla. Maria Dolores Pesce – dramma.it
Per il Teatro del Lemming Edipo – tragedia dei sensi per uno spettatore è la prima parte del ciclo denominato Tetralogia dello spettatore. Il lavoro prevede un coinvolgimento diretto, drammaturgico e sensoriale di uno spettatore a replica.
Il nostro presente è dominato dalla vista. Tutto è apparenza. Siamo continuamente esposti alle immagini e finiamo per dimenticare gli altri sensi.
La privazione della vista ha resto tutto più amplificato. Suoni, parole, tocchi.
Come se il mio corpo fosse diventato un unico grande organo. la bendatura sembra togliere potere. In apparenza è una perdita di controllo. Eppure su di me è accaduto il contrario. Il mio corpo era diventato più ricettivo. In questa esposizione è emersa una forma diversa di potere: non il potere del controllo razionale, ma quello dell’istinto. Dell’ascolto profondo. Ci sono momenti che mi sono rimasti impressi con particolare forza. Il momento in cui impugno l’arma e uccido. Quando infilzo. Ho sento una scarica improvvisa di adrenalina, una passione primordiale. Quasi animale.
Poi il momento sul letto. Lì l’amore sembrava attraversarmi completamente, ma insieme arrivavano anche rifiuto, inganno, derisione, una vera estasi dei sensi.
L’incontro con la madre. la sua voce che consola, coccola. E’ solo un sogno mi ripete.
Poi quando mi vedo. Non è casuale che proprio allora si riacquisti la vista. Fortissimo. Mi rivelo. Ma chi è davvero la persona che sto guardando? Cosa ho fatto? Sono io?
L’ultima scelta. completamente istintiva. Cose se qualcuno dentro di me avesse deciso prima ancora che io ne diventassi consapevole. E’ il momento in cui si viene messi davanti alla realtà brutale.
E quell’immagine finale che rimane addosso.
L’incesto.
Rivedersi dentro quella scena. Qualcosa che non dimenticherò mai.
In questo periodo sto leggendo James Hillman e il suo libro ” Il codice dell’anima”. Lui parla del daimon, una presenza interiore che accompagna la vita di ognuno di noi e porta con sé un disegno unico. E’ quindi una sotta di Forza che spinge ognuno di noi verso ciò che siamo destinati a diventare.
Ripensando all’esperienza mi sono chiesta se in quei momenti fossi davvero io a scegliere. oppure se fosse proprio il daimon. Esso infatti si manifesta nei momenti in cui la coscienza razionale si indebolisce e affiora qualcosa di più antico, oscuro, ma anche più autentico. Non sempre qualcosa di rassicurante. Il daimon non conduce necessariamente verso ciò che è giusto secondo le regole sociali, ma verso ciò che è vero per la nostra anima.
senza la protezione dello sguardo emerge qualcosa che rimane normalmente nascosto.
per me queste esperienze servono a questo.
conoscermi.
Capire la mia vocazione e allineare la mia vita su di essa.
Capire che tutto fa parte di un disegno del mio destino. Incontrare anche le parti più oscure e contradditorie di me stessa. Capire che il mio destino non si costituisce soltanto con la volontà. Che si rivela attraverso esperienze che ci mettono davanti a ciò che siamo veramente. In quel momento di cecità e apparente abbandono, io so che era il mio daimon a guidarmi. e che allora non sarò mail sola.
Grazie
Cari Lemming,
Edipo è stata una di quelle opere che mi sono ritrovata a leggere fin da piccola, edulcorata ovviamente, ma data la presenza dell’enigma molti liberi per bambini la presentavano.
Probabilmente, anche a causa di questi racconti dove ti presentavano Edipo come un grande eroe, quando mi ritrovai di fronte al testo nella sua interezza ne rimasi profondamente turbata. Eppure, la sua storia mi affascinava e più mi sembrava di scendere in profondità, scegliendo di leggerlo per curiosità, per studio, per passione e più capivo quanto fossimo simili: due esseri umani che volenti o nolenti si trovavano in balia della vita, la quale, inevitabilmente, scorre e non attende.
Per questo, nel trovarmi a vivere Edipo con voi, mi sono sentita in partenza angosciata come se avessi dovuto portare un doppio peso. Per quanto fossi cosciente di essere io, Sara, e consapevole che ogni mia azione avrebbe condotto me / Edipo alla rovina, volevo comunque vivere ogni momento di questo dramma.
Desideravo ardentemente di poter incontrare la sfinge e risolvere l’enigma, come tante volte mi ero immaginata di fare, ma ero totalmente impreparata ad accettare la morte del padre, eppure quel coltello si è alzato con estrema facilità.
Potrei dire di essere stata condotta, manipolata, però alla fine quella mano era la mia.
Per tutto il resto dello spettacolo avrei potuto oppormi, deviare quel destino che già conosco. ciononostante non potevo lasciare quell’eroe vacillante, in grado però di assumersi le colpe dell’umanità interna.
Quando poi mi sono vista davanti allo specchio, quale parte di me stavo davvero guardando? Ho realmente faticato a riconoscermi, mi sono sembrata così invecchiata.
Quel peso di cui ho parlato all’inizio l’ho ritrovato allo specchio, non era pura fantasia, perché i segni di un qualche dolore erano lì davanti a me.
Nel momento in cui sono comparse le due figure: la bianca e la nera, non ho immediatamente percepito i loro movimenti di invito, sentivo il bisogno di dover rimanere ancora con me. credevo che, come ero stata guidata finora, anche lì qualcuno mi avrebbe portato via. sentire che non sarebbe stato così, che la scelta sarebbe totalmente ricaduta su di me, sull0Edipo pronto ad accettare le conseguenze, mi ha caricato di una forte energia. Sapere e non sapere che cosa avrei trovato nel seguire la figura nera non mi ha spaventato. Infatti guardare, infine, l’ulteriore riflesso di me, l’istinto voleva portarmi a ricongiungermi con essa, abbracciarla e perdonarla.
Come un interruttore.
Mille interruttori dai mille colori si accendono, si spengono mischiandosi. Da dove sgorgano le lacrime, da dove si generano i singhiozzi che scuotono il mio corpo? Da dove la paura che crea una bolla di vuoto nel mezzo, i fremiti viscerali di un piacere che come scossa attraversa? Come la colpa che presto diventa agonia? che chi intorno ti amava ora sogghigna col dito puntato.
…voglio urlare e sparire…farmi piccola, lasciatemi stare, zittite quelle voci che come lame trafiggono il mio io, non potete capire, io solo ho attraversato il destino ignaro di ciò che era scritto…
Con gli occhi chiusi mi ascolto. E sono subito mito. Sono il mito che è dentro di me. Accedo, attraverso la privazione della vista, a conoscenze profonde ancestrali, è la porta d’ingresso di un mondo che immenso si svela. Guidata da voci, rumori, odori, sapori, corpi in contatto, sgorgano emozioni terribili e limpide che godo esperire.
Catarsi.
Lasciatemi stare qua connessa con una nuova me che non conosco Il mondo delle idee delle emozioni. Non so se possa aver senso, non ricordo Platone. Una versione come purificata da tutto ciò che io ho cucito loro addosso. Nella loro essenza e semplicità. Così semplici che passo dall’una all’altra, sono tutte vere dentro di me, si susseguono e io le vivo, mi pulsano, (ho brama di loro).
Non voglio aprire gli occhi. Che tutto finisca. 17 rintocchi.E con gli occhi arriva il ricordo. Smetto di vivere, comincio a pensare.
Uscita dal teatro ho sentito che vivere Edipo mi aveva smosso diverse emozioni. Questo scuotimento però non l’ho percepito come estremo, ma come qualcosa potevo sentire profondamente, anche se non comprendere in tutte le sue parti.
In diversi momenti mi sono sentita sia colpevolizzata, cacciata, accusata, emarginata (“Che cosa hai fatto?”), sia accolta, amata e coccolata (abbracci molto forti, presenza di unione e famiglia). Ho percepito la “potenza rivoluzionaria del teatro”, il perturbare e fare male, per poi riuscire a stare bene. Ho trovato molto rincuorante il camminare sempre con le “spalle coperte” e mai sola, accompagnata in questo viaggio della mia vita.
Io personalmente mi sento molto legata al terreno, proprio perché per me è molto confortevole lo stare seduta/distesa per terra. Mi sono resa conto che mi ha colpito molto ciò che sentivo con i piedi: liscio, ruvido, salire, scendere, girare, borotalco, …
Mi ha colpito molto anche il caldo e il freddo entrando nelle diverse stanze… quello che sentivo sul corpo smuoveva delle sensazioni ed emozioni interne.
Ci sono poi molte cose a livello sonoro mi sono rimaste: il suono del colpo fatto con il pugnale, i cori di voci che parlano con forza e potenza (dolci, accattivanti, cattive, gridate), il rumore, il morso di una mela, il leggero tocco del cibo che mi è stato buttato addosso.
Aver vissuto il racconto del bacio del papà della “buonanotte”, sentire il desiderio che tornasse e che restasse vicino a me, l’ho sentito tantissimo. Pensandoci dopo, mi ha ricordato la mia infanzia con i nonni, quando dormivo da loro, e anche quando a scout, mettevo a letto i bambini più piccoli. Poco dopo mi sono sentita coccolata, in un abbraccio ricco di amore, e da parole confortevoli come “è solo un sogno, addormentati”.
Quando mi sono guardata allo specchio non mi sono vergognata di chi ero e di quello che avevo fatto.
Appena uscita del teatro, dopo aver fatto la scelta finale, mi sono un po’ pentita. Sentivo che la figura nera mi attirava di più, anzi le sue mani, le sue movenze, pur non vedendo particolarmente bene il volto, mi sembravano più dolci, genuine, naturali, accoglienti. Nonostante tutto questo ho scelto di andare verso la figura bianca… forse perché mi aspettavo fosse più “corretto”. Mi capita spesso nella vita di scegliere quello che penso gli altri preferiscano, o che sia più giusto, magari rischiando di non ascoltare quello che veramente provo.
Rispetto ad Amore e Psiche, in questa tragedia penso di essere stata più presente, di esserci entrata, di aver vissuto. Anche se, in alcuni momenti, il mio corpo si faceva quasi piccolo di fronte a così tanta potenza, mi sembra di aver attraversato la vita.
Ho cercato di trovare un oggetto, un suono, una situazione, al fine di raccogliere in una metafora ciò che avevo vissuto, e che potesse sintetizzare questa tragedia, ma non ci sono riuscita. Ho trovato molto rincuorante il camminare sempre con le “spalle coperte” e mai sola, accompagnata in questo viaggio della mia vita.
Probabilmente perché è un qualcosa di così grande, intenso, che ti fa provare cose dolorosissime e cose bellissime… come scrivevo poco fa, emozioni molto forti, tra cui: dolore, disgusto, ribrezzo, ma anche perdono e accoglienza. Queste emozioni sono arrivate molto forti e molto velocemente, forse con alcune di queste, infatti, mi sarebbe piaciuto passare più tempo.
Caro Massimo,
normalmente ci metto un pochino di tempo per metabolizzare delle esperienze forti, ma proverò, come da te richiesto, a formalizzare una serie di pensieri che l’ Edipo mi ha suscitato.
Sono uscita dallo spettacolo con una sensazione difficile da contenere all’interno di parole, come se si fosse depositato un peso dentro di me e l’avessi dovuto trascinare per tutta la sera, anche dopo aver staccato, essermi dedicata ad altre cose e via discorrendo. La primissima interazione, una volta entrata, è stata accogliente, non ho avuto il timore di addentrarmi nelle tenebre, ma questo
sentimento è durato poco: l’incontro con l’oracolo è stato “brutale”, la distanza da esso era così poco rassicurante che ho sentito un brivido di paura. Poi la benda. Non avere la vista ha aumentato istantaneamente la percezione degli altri sensi e la paura\allerta è rimasta attiva per agire\reagire ad un eventuale pericolo in agguato. Buio, silenzio, il respiro degli attori, lo scricchiolare delle tavole del
pavimento e subito mi è sembrato di essere parte necessaria di un ingranaggio, che al variare del mio battito cardiaco, tutto il mondo intorno a me potesse trasformarsi e modificarsi per accogliere il mio passaggio. Anche l’aria. Il tempo si è dilatato. Ma appena mi è sembrato di avere “confidenza” con l’ambiente circostante, ecco che ho sentito una lama tagliare la mia mano.
Confesso di essermi controllata più volte la mano nelle ore successive. La percezione di avere uno squarcio nel mio arto era assolutamente realistica e lo è stata anche per l’omicidio. Sentire il coltello affondare è stato fortissimo, con annesso il suono di qualcosa che si stesse lacerando ancora di più. Mi sentivo l’essere più immondo sul pianeta ad aver portato via una vita e mi ha seguito per i successivi step questo shock. Ero una bestia, avevo perso ogni riferimento, ogni morale, non mi sono più fidata del miei sensi. Mi sembrava di toccare esseri alieni, di sentire voci incomprensibili e tutto girava e girava che quasi vomitavo letteralmente. In questo stato di confusione ho ascoltato le suppliche, ma in quel momento avrei voluto che tutto smettesse, non volevo ascoltare, mi sentivo incapace di muovermi e di cambiare lo stato delle cose. Ho provato a resistere e mantenere una distanza, ma con dolcezza inquietante sono caduta nel vortice del peccato. E poi di nuovo quella sensazione di sbigottimento e di colpa. La musica ed il canto con l’abbraccio è stato un momento necessario, una piccola quiete, ovattata nel grembo materno. Lì non poteva accadermi nulla di
brutto. Avrei voluto restare tra quelle braccia per sempre, mi sono sentita “strappata via”, costretta a fare i conti con la realtà, a fare ammenda con le azioni tremende che ho compiuto. Mi sono sentita esposta, come una ferita aperta, vulnerabile, giudicata, punita; i miei pensieri fuggivano di qua e di là per ripararsi, per non farsi vedere e mi è sembrato di correre più che camminare, che fosse un viaggio infinito e che fosse una folla numerosissima ad avere gli occhi puntati su di me, tutti tranne io. Avevo una tremenda voglia di sbendarmi e vedere, sapere io stessa l’immagine che il mondo aveva di me. Eccomi servita. La mia proiezione allo specchio. In tutto il suo decadimento e la sua fragilità. I miei occhi non sostenevano il mio stesso sguardo, impaurito, che cercava un appiglio rassicurante nelle pieghe del viso. La sensazione è stata molto strana. Da una parte felice di essermi riappropriata della vista, dall’altra una visione piuttosto deludente. Allora cos’è che sono? Un mostro o un comune mortale? Cosa si nasconde dietro ai miei occhi che raggiro con quel mezzo sorriso? Se
proprio devo saperlo, tanto vale raschiare il fondo del barile e vedere\conoscere cosa c’è. Ecco perché ho scelto di seguire il nero. A quel punto del viaggio, non mi sarei mai perdonata di scegliere la visione più rassicurante, ma temporanea: è stato impossibile per me ignorare il lato oscuro, ci sono andata con decisione, nonostante sapessi che non sarebbe stato facile. Una volta che sai non puoi più non sapere, credo. Ecco, con questa presa di coscienza ho percorso la via dell’uscita. Letteralmente in balìa delle mille questioni che si sono sollevate sulla mia\nostra esistenza una
volta tolta la benda. Ed è su quelle che sto ancora arrovellandomici in questi giorni. Forse non riesco ancora a parafrasarle in senso compiuto. Quello che posso dire è che io vedo questo spettacolo come una sorta di scintilla, un piccolo big bang, un incipit: il resto lo scriviamo noi, il “vero spettacolo” è quello che viene dopo, il mondo che apre, le riflessioni tra le più brutali e sincere che ne conseguono nel profondo. Io ti ringrazio, Massimo, come tutti gli attori coinvolti, per avermi guidata, condotta con estrema sapienza in questo processo, dove ogni cosa era al suo posto e tutto aveva un senso, anche il minimo respiro o il minimo tocco percepito.
Sento che ci sono moltissime altre cose che vorrei dire, ma probabilmente non saprei come esprimerle (perché neanche a me sono particolarmente chiare), per cui lascio un po’ sedimentare questa esperienza e magari più avanti formulerò un pensiero più maturo.
Detto questo ti lascio un abbraccio e direi anche delle scuse per l’orario un po’ bizzarro a cui riceverai questa lettera.
Felice di essere tornata a lavoro qui al Lemming,
un caro saluto
Il senso di colpa di un destino segnato da altri, ma se non posso scegliere perché non posso almeno viverlo pienamente oppure rassegnarmi ad esso?
Perdere la vista, mi ha tolto quella che è la mia guida principale da una parte, ma anche ciò che più mi trascina fuori dalla mia strada e dal mio sentire. Preclusa l’immagine, si è aperto il mondo del sentire in tutti gli altri modi possibili e del percepire tutto direttamente nel corpo. Subito mi viene consegnato un coltello che sento scorrere sulla mia pelle e che attraversa la mia carne. Con una mano ancora insanguinata, colpisco, quasi assaporando una libertà distante. Il mondo intorno a me cambia e mi trovo di fronte ad un enigma: rispondere o non rispondere? Scelgo la seconda abbandonando in fretta ogni pensiero. Il corpo sa, le parole ingannano.
E mentre il mondo continua a cambiare intorno a me, vengo spogliato da corazze ed armature per affrontare la mia colpa nel luogo più di intimità e vulnerabilità: il mio letto. Qui il mio corpo assorbe il peso che mi è stato consegnato e inizia a vibrare sulla superficie, principalmente sul viso e sulla parte alta del corpo. Una sensazione che riconosco quasi di perdita dei sensi, ma anche di piacere e abbandono. Vengo però confortato e rassicurato nel contatto, una stretta intima di calore in questo buio in cui mi sono perso. Il respiro si calma, non sono solo. L’abbraccio del “non cercare di capire” è rassicurante e la mente si è ormai sciolta nel terreno. Mi sento come cullato in un cielo buio di stelle distanti, ma caldo e vitale.
Percepisco l’avvicinarsi del cambiamento e presto l’illusione si scioglie e mi ritrovo ancora una volta a peregrinare e a dover affrontare i miei demoni. Resisto. Ma a nulla è servito, perché mi viene ridata la vista e vedo la colpa riflessa in un futuro o passato mai stato, ma impossibile da evitare. Vorrei tornare a cullarmi nel non vedere. Ma il destino mi costringe alla responsabilità della scelta. Non scelgo davvero, prima che io possa farlo il mio corpo ha già scelto l’oscurità. “Ne sei sicuro?” esita la mente guardando indietro. Sì.
E a quel punto non posso più scegliere. Tutto segue esattamente la strada che mi era stata tracciata sin dal principio. Sono abbastanza forte per deviare da questi solchi già incisi nel terreno? Si può frantumare il proprio destino e crearne uno nuovo? O forse anche quest’ultimo sarebbe solo un’illusione? Allora forse la scelta è lì, nel modo in cui si guarda. Decidere di star scegliendo o decidere di star scorrendo.
Grazie,
Ciao a voi amici,
che bello e importante è stato fare l’Edipo l’altro giorno! Non so neppure quante volte vi abbia preso parte, non le ho mai contate, ma certamente è lo spettacolo che ho fatto più volte in assoluto. Eppure è sempre diverso, e non so mai subito il perché. Volta per volta comincio a conoscerlo nel momento in cui entro e poi lo percorro. È una sorpresa che comincio a scoprire già dal momento in cui mi avvicino al palco, per come lo sentirò.
E stavolta mi è sembrato che fosse uno spazio gigantesco. Questa impressione d’apertura si è riflessa lungo tutto lo spettacolo.
Ho avuto come la sensazione che tutto fosse più largo, e quindi in qualche modo anche più arioso, meno pressante di come lo conoscevo. Anche se questo non vuol dire meno provante, naturalmente. Mi è sembrato che gli abbracci si prolungassero, che ci fossero momenti di contatto mai vissuti prima in un Edipo, e che le mani si stringessero di più alle mie come a voler sapere ogni singola volta come stavo, e come c’ero. In effetti Edipo non ha una vera colpa e mi è sembrato questo. Una tragedia sul senso di colpa atta verso chi non ha colpa se non il destino. Questo è schiacciante e mi sembra così vivido e attuale, in un tempo in cui la nostra psiche rassomiglia sempre più alla psiche della società, in cui ci viene chiesto di agire in modo unicamente funzionale, in modalità di sopravvivenza, e le psicologie stesse diventano cognitivo-comportamentali per poter renderci sani nei confronti della società ma non del nostro sentire ed essere, e in cui devi conoscere sempre i processi, portarli in luce (a proposito di Levi Strauss), siano inconsci o materiali, e non vivere le verità e le intenzioni.
Quindi Edipo si sovrappone a Sisifo, nel mio immaginario. Mi sono reso conto che l’ho quasi sempre vissuto su questa tonalità, per ciò che deve sostenere. A volte questa immagine, negli spettacoli passati, portava con sé la capacità di resistere, più simile alla giovinezza che alla forza in sé, anche nello scoprire il corpo più resistente di quanto lo conoscessi. E sempre come un percorso trasformativo.
Ma talvolta saper resistere vuol dire essere rigidi, anche quando non sai accorgertene.
Stavolta il mio Sisifo era invece umano, anzi era un uomo.
Quando sono stato accecato sapevo che così doveva essere, che era mio compito accettarlo. E quando ho ucciso mio padre dovevo trovarne l’accettazione e il coraggio per farlo in me stesso, ed erano più vicini di quanto in realtà pensassi.
Quando uccido mio padre uccido una parte di me, è un compito particolarmente difficile da assolvere. E questa scelta, a posteriori, mi rendo conto di averla cercata lungo tutto il percorso. Come reagirò? Cosa mi dirà questo di me?
Eppure quella scelta è stata tale già al mio ingresso, ben prima quindi di uccidere mio padre. Era già vera quando ho visto il padre-Oracolo mentre ancora mi avvicinavo alla mia guida, e mi è sembrato che il mio sguardo verso di lei dicesse proprio questo, e lei mi è sembrata dispiacersi per la mia consapevolezza e per dovermi condurre dal padre, ma conoscendone bene anche l’inevitabilità. Era un rito che sapevamo tutti, da sempre, un percorso necessario per andare fuori da Edipo, da Penteo, da Odisseo, da Paolo e Francesca, da Amleto, e scoprire altrovi non ancora conosciuti.
Quell’inevitabilità l’ho sentita costantemente, come la sua necessità. Cosa succederà in me? È giunto il momento di scoprirlo.
Non ho risposto alla Sfinge. Ricordo che, al mio primo Edipo (anno 2007 penso), il non aver voluto o saputo rispondere mi è pesato molto, per giorni mi tornava alla mente con uno strano imbarazzo. Stavolta invece, anche se in silenzio, la mia risposta c’era, era lì e aveva un corpo. E, nella mia risposta silenziosa, c’era anche una domanda: cos’è l’uomo? Voglio scoprirlo…
Il circolo delle voci mi ha ferito, mi ha ferito l’aria, il fiato, ma allora vuol dire anche che la mia pelle è aperta verso l’esterno, che si lascia ferire ed è in grado di vivere quella sensazione per volgersi verso qualcosa di nuovo.
E, al contempo, ho sentito come se tutti volessero in qualche modo sostenermi. Che mi dessero qualche cosa in più per poter procedere dritto, con le mie forze, nel mio continuare.
Chi ero, giacendo nel letto di mia madre? Ero anche un bambino, certo, che si ritrova all’improvviso ad avere due braccia troppo grandi che quasi neppure riconosce, che si ritrova a conoscere la sensualità quando chiedeva invece innocenza.
Ma ero anche la mia scelta di uomo. Uccidere il padre, uccidere una parte di me che non mi appartiene, tramandata senza che la potessi scegliere come il destino fa con Edipo. Questa scelta la si porta costantemente oppure mai. Io me la sono portata con le braccia come Sisifo. E allora la ninna nanna è sembrata più dolce e più lunga, come una sosta in cui dissetarsi ad un ruscello. E in quella ninna nanna ero un uomo, non cercavo ricordi di pace del mio letto d’infanzia, né dolcezze d’amante o quella voglia di sentire per forza tutto che la pelle fa quando si è ragazzi. Ero lì semplicemente per lasciare che mi si trasmettesse questo. Infondo, uccidendo il padre, ora ho molto più spazio dentro, che succede se lascio entrare un poco di questo?
E così ora posso proseguire. E posso venire vessato. Il mio corpo resiste ma non è rigido. È un corpo che assorbe, pure senza sentirsi indifeso o con la volontà di riempirsi. Forse ha ancora qualcosa da insegnarmi lungo il mio percorso.
E allora il mio Sisifo ha in sé una resistenza vegetale. Ora a me sembra, fra tutte, quella più vitale. Più simile alla vita.
Quando mi viene ridata la vista, la vista su me stesso, vedo solo metà del volto. Ma non ne guardo l’insieme, guardo invece quella che mi sembra davvero un’orbita vuota. Sarà durato una manciata d’istanti, ma ho davvero pensato “Sono Edipo”. Ma non lo sono, e allora ho ritrovato il mio occhio e dentro qualcosa che mi spingeva ad andare.
Quello è stato un momento sospeso, ancora una volta mi è sembrato durare più a lungo, come fosse necessario stavolta per il mio percorso. Il mio sguardo alla figura bianca, alla mia guida, sentivo che le diceva “mi dispiace, ma devo andare avanti”.
Così sono andato alla figura coperta di nero, e per un breve istante ho voluto vedermi fugacemente allo specchio, in modo.
“Fai di me ciò che vuoi, o ciò che devi”.
E poi l’apparizione. Come un ricordo lontano nel tempo che si ravviva all’improvviso. L’incesto. Una profonda tristezza. Mia, nei loro occhi. Ancora, e ancora, questo percorso dura sempre. Sisifo.
Se non ché, l’abbraccio di commiato alla mia guida, così lungo e intenso e di una forza viva, mi ha fatto tornare a credere che si può uscire alla luce.
Grazie per tutto questo, un abbraccio
Sono fuori dal teatro e cammino avanti e indietro, sto per fare il mio primo Edipo e sono agitata
e ansiosa. Il momento arriva. Entro nella stanza buia illuminata solo da una candela: so cosa
devo fare. Lascio tutto su una sedia, mi spoglio dei miei averi, pronta ad entrare in un altro
mondo. Per ultima cosa tolgo i calzini, tocco il pavimento freddo con la pianta del piede e sono
pronta ad entrare.
Vedo una figura bianca davanti a me che mi invita ad entrare nell’oltre, ho timore di farlo. Il
cuore mi batte fortissimo e appena le tocco la mano stringiamo un patto. Sono qui, sono pronta
ad essere condotta, le dico senza aprire bocca, lei mi prende la mano e da quel momento sono
dentro.
Cammino lentamente fino ad arrivare all’oracolo, è bendato ma ho la sensazione che mi stia
comunque vedendo. Mi volto verso la mia guida, so che verrò bendata da un momento all’altro.
Sono pronta? Non lo so, lo accetto. E poi l’oscurità.
Tutto questo è vero o frutto di un sogno? Non faccio in tempo a chiedermelo che la mia mano
viene tagliata da un coltello. Sussulto. La mano mi porge il coltello, sto per piantarlo nel petto
di qualcuno. Un respiro, un altro sussulto quando il coltello penetra nella carne. Il senso di
colpa si allarga, gli avrò fatto male? Sta bene? Non posso controllare, lo accetto.
Le voci si fanno sempre più alte, ho mani che mi toccano ovunque mentre giro su me stessa.
Tocco dei seni freddi, sono un essere umano. Al mattino cammino a quattro zampe, a
mezzogiorno su due e alla sera su tre. Chi sono? L’essere umano. Chi sono? Edipo.
Poi tutto si fa così confuso. Sono stesa su un materasso, accanto a me ci sono i miei genitori,
ma sono i loro alter ego cattivi, vogliono farmi del male. Lo so. Ho paura ma allo stesso tempo
provo piacere nell’essere accarezzata sui seni. Sta per accadere qualcosa di spaventoso, mi
dico. Il motivetto cantato mi ricorda un’infanzia triste che forse non ho vissuto. So che sta per
accadere qualcosa di brutto. Le voci si diradano e il suono della mela morsa mi fa sobbalzare.
Mi volto dall’altra parte, non voglio ascoltarlo. Sta per accadere qualcosa….
Ho morso la mela, ho compiuto un peccato! Non lo sapevo, è un destino inevitabile che sono
condannata a vivere. Non posso scegliere, non sono nulla. I miei gesti sono mossi dalla profezia
dell’oracolo non dalle mie scelte.
Mi sta abbracciando, mi dice che è tutto a posto, che non devo preoccuparmi, mi canta una
ninna nanna, mi dice che è tutto finito, ma io non ci credo. Il respiro si fa ancora più affannato
e provo sentimenti contrastanti. Voglio rimanere nell’abbraccio ma so che sta per accadere
qualcos’altro. Quale sarà il mio prossimo passo falso?
Chi sei davvero quando nessuno ti vede? Con gli occhi di chi, ti guardi allo specchio? Sei sicura
che siano i tuoi? I miei occhi… i miei occhi… dove sono i miei occhi? Quegli occhi con cui mi
guardo tutti i giorni allo specchio, sono gli occhi della società. Vogliono che io mi veda giovane,
magra, ordinata. Apro gli occhi: la figura davanti a me è una vecchia grassa… maledizione! Ho
un labbro gonfio e le gambe grosse… non mi piace quell’immagine lì. Mi volto, non voglio
guardarla. Bendatemi di nuovo per favore!
Una figura nera si fa avanti a passi lenti, mi riconosco in lei. È forse lei che mi stava guardando
nello specchio? Ormai non ho più niente da perdere, la seguo rassegnata. So che il sogno sta
per finire, so che non manca molto prima di svegliarsi.
Alla fine, rivedo di nuovo la mia guida, sono così felice di riabbracciarla! Mi guarda e sento che
mi sta dicendo che ce l’ho fatta, che è tutto finito, era solo un brutto sogno… la abbraccio forte,
le sorrido e le bacio la testa per ringraziarla.
Mi sveglio.
Sabato ho partecipato allo spettacolo di Edipo.
Mi sono buttata senza informami prima.
Per me è stata come una seduta di psicoterapia, mi ha tirato fuori le budella: i sensi di colpa faro della mia vita, la paura del giudizio, dell’aggressività un miscuglio di emozioni che sto ancora cercando di elaborare.
Grazie, sicuramente esperienza intesa, da fare a piccole gocce, io sono stata travolta dalle emozioni
Buona giornata